mercoledì 18 settembre 2013
Rubrica quotidiana sull'ambiente
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ANIMALI
La tartaruga carta geografica
GIULIANO SADAR ,
2002.05.09
Forse le avrete viste, le "nuove" tartarughe. Ce ne sono tante, nei negozi di animali. Il loro nome è Graptemys kohni, o tartaruga carta geografica. Hanno il carapace di color marrone scuro, crestato sulla linea mediale, e sul piastrone inferiore chiaro dei disegni astratti e simmetrici. Come una carta geografica, appunto. Ma ciò che colpisce sono gli occhi perfettamente tondi, sbarrati, come terrorizzati. Mescolate a esse, in acquaterrari spesso sovraffollati dietro le vetrine, delle tartarughine verdi dai bei disegni gialli - simili alle tartarughe dalle orecchie rosse, ovvero le Trachemys scripta elegans, di cui nel 1997 la CEE ha vietato l'importazione. Cambiano i colori, ma la sostanza non muta. E' un mercato che fa gola a tanti, quello delle tartarughe d'acqua. Allevatori nella Louisiana da dove proviene il 95% delle specie, in lobby con le associazioni di cacciatori e tanti agganci al Congresso. E poi importatori europei, mediatori, veterinari compiacenti e negozianti. Tutto legale: il nucleo Cites della Guardia Forestale (quello che persegue il commercio illegale di specie protette dalla convenzione mondiale Cites) non può far nulla per fermare la tratta di queste varietà, su cui ufficialmente non grava alcuna minaccia di estinzione. Siamo al paradosso: se qualcuno viene beccato a tenere con sé una specie minacciata di estinzione senza averla dichiarata rischia una multa da 15 a 200 milioni e da 3 a 6 mesi di galera. Se uno custodisce animali non inseriti nella lista Cites delle specie minacciate di estinzione, e li fa morire per incuria, negligenza, stabulazione insufficiente o altre ragioni , può essere incriminato secondo la legge 727 sul maltrattamento di animali, e rischia appena dai 2 ai 10 milioni di multa. Sempreché il reato di maltrattamento non venga mutato in "malgoverno" (legge 672) e allora si rischiano pene pecuniarie ancora più leggere. In questo squallido mercato, la vicenda delle Graptemys kohni è esemplare. Se le Trachemys "orecchie rosse", ora bandite dal commercio, erano animali resistenti, e lo hanno dimostrato sopravvivendo in Italia nei canali e negli stagni dove sono state gettate a migliaia da "padroni" che si erano stufati di tenerle, le Kohni sono una specie assolutamente inadatta all'allevamento "in casa". Già minacciate di estinzione negli Stati Uniti stessi, in perenne fuga dall'avanzare di infrastrutture, canalizzazioni attività di cattura e caccia; sono animali timidissimi, delicati, che malsopportano la cattività. In natura amano per lo più nuotare sott'acqua e nascondersi nella folta vegetazione, e di rado si arrischiano a prendere il sole. Tutte condizioni che un allevamento in cattività non può dare. Sono molto sensibili all'acqua sporca, tendono a soffrire infezioni agli occhi, e la loro dieta è fatta soprattutto di insetti, molluschi, pesci morti. Hanno quindi bisogno di molto spazio, molto tempo, attenzioni mirate. L'acquirente medio, ingannato dai bei colori e dalle dimensioni ridotte delle tartarughine neonate che trova nei negozi, non ha tempo da perdere. E anche quando l'acquirente ha la buona volontà di assicurare all'animale condizioni di vita ragionevoli, spesso non basta. Le kohni, animali a metabolismo lentissimo come tutti i rettili, possono sviluppare malattie anche molti mesi dopo averle contratte. Così il tasso di mortalità dovuto alle condizioni di trasporto, spesso in condizioni igieniche pessime, ricadrà su chi le compera. Sono tutti argomenti, questi, che dovrebbero ragionevolmente portare al divieto del commercio internazionale delle Graptemys kohni e di tutte le altre specie di tartarughe, siano o no minacciate di estinzione. E infatti molte associazioni da anni chiedono il bando di questa tratta insensata. Ma è un affare lucrativo e le lobby che lo sostiene sono potentissime, da questa parte e dall'altra dell'Atlantico. Il denaro ha sempre lo stesso valore. Anche quando puzza di morte.
 
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