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AGRICOLTURA
Il caffé etico cresce all'ombra
MARINA FORTI,
2002.05.14
Fino a qualche decennio fa, il caffé cresceva nel sottobosco delle foreste tropicali. Oggi la gran parte del caffé prodotto al mondo cresce al posto delle foreste tropicali. All'ombra o al sole: la differenza, sostiene un ricercatore del WorldWatch Institute, è quantificabile in quasi 10 milioni di ettari di foresta che si potrebbero salvare... Il ragionamento è chiarissimo. Il caffè è una di quelle materie prime agricole prodotte solo nel «terzo mondo» (nella fascia dei tropici) e consumata in prevalenza nel mondo ricco. Finché la pianta cresceva nel sottobosco, gli agricoltori curavano insieme al caffé anche la foresta, che forniva una gran varietà di prodotti «collaterali» (legna da ardere, frutti, piante medicinali...). Ora però quasi tutto il caffé è prodotto in pieno sole, cioè su terreni denudati: oltre il 40% dell'area coltivata a caffé in Colombia, Messico, America centrale e Caraibi è stata convertita a caffé «al sole», e la conversione continua. Il motivo è che sulla stessa estensione di terreno stanno più piante e la produzione per ettaro aumenta: nell'immediato il guadagno c'è. Ma poi c'è l'effetto a lungo termine, e allora bisogna mettere nel bilancio altri elementi. La perdita di foreste, per cominciare: su scala mondiale la più forte spinta a deforestare, oltre allo sfruttamento industriale del legname, è proprio l'agricoltura intensiva, il massiccio taglia-e-brucia per guadagnare nuove aree a piantagioni (non solo di caffé: si pensi alla palma da olio nel Borneo o Sumatra), o pascoli. Con la foresta si perde la straordinaria varietà di vita animale e vegetale che vi alberga. Sul terreno spoglio, o nelle piantagioni, il sistema complesso di piante parassite dei tronchi, insetti che si nutrono del nettare di quelle piante, uccelli che si cibano di quegli insetti, batraci, rettili... Senza contare che il rilscio di carbonio nell'atmosfera contribuisce a riscaldare il clima terrestre.
Quanto al caffé, all'ombra della foresta umida ha bisogno di pochi o per nulla fertilizzanti, perché il sistema naturale aggiunge in sé elementi nutrienti al terreno. Ha bisogno pochi o niente pesticidi, perché uccelli e insetti divorano gran parte dei parassiti della pianta del caffé. Né vuole irrigazione artificiale - nel sottobosco l'evaporazione è minima. Insomma, argomenta Brian Halweil sull'ultimo numero del WorldWatch Magazine: tornare alla coltivazione all'ombra sarebbe un vantaggio non solo per le foreste, ma per i coltivatori. Sia perché dvrebbero spendere meno in fertilizzanti e pesticidi (e dovrebbero maneggiarli di meno, a tutto vantaggio della propria salute). Sia perché avrebbero il vantaggio dei prodotti collaterali: nelle fattorie di caffé «all'ombra» in Perù ad esempio è stato constatato che i contadini ricavano circa il 30% del loro reddito dalla vendita di fascine da ardere o piante medicinali, oltre ai frutti per il consumo proprio. Sia, infine, perché il caffé cresciuto all'ombra ha più valore sul mercato: e qui conta il fatto che a consumarlo sono soprattutto i paesi ricchi. Si pensi che in media un coltivatore di caffé guadagna meno di 3 dollari al giorno, e che il calo dei prezzi della materia prima ha spinto molti piccoli contadini fuori dal mercato. L'ultima riunione dell'Organizzazione internazionale dei produttori di caffé ha concordato di limitare la produzione per far risalire i prezzi: se l'accordo regge sarà una svolta. Ma non basta. In America, Europa, o Giappone, molti sono disposti a pagare un po' di più per un caffé prodotto rispettando l'ambiente e i diritti di chi lo coltiva. Per essere definito «equo» - o «etico» - il caffé deve essere «biologico» (o «organico», cioè senza pesticidi), e commercializzato in modo corretto verso i produttori, e per l'appunto cresciuto all'ombra. Certo, di fronte alle botteghe eco-solidali, o ai produttori che hanno già accettato il caffé equo (come l'americana Starbucks: ma Halweil cita anche Illycaffè) ci sono tre grandi acquirenti che monopolizzano il mercato: Procter and Gamble (Folgers), Philip Morris (Maxwell) e Nestlé (Nescafé): e loro di caffé equo e ombreggiato non ne parlano neppure. Eppure, sembra che cresciuto all'ombra sia anche molto più buono...
Quanto al caffé, all'ombra della foresta umida ha bisogno di pochi o per nulla fertilizzanti, perché il sistema naturale aggiunge in sé elementi nutrienti al terreno. Ha bisogno pochi o niente pesticidi, perché uccelli e insetti divorano gran parte dei parassiti della pianta del caffé. Né vuole irrigazione artificiale - nel sottobosco l'evaporazione è minima. Insomma, argomenta Brian Halweil sull'ultimo numero del WorldWatch Magazine: tornare alla coltivazione all'ombra sarebbe un vantaggio non solo per le foreste, ma per i coltivatori. Sia perché dvrebbero spendere meno in fertilizzanti e pesticidi (e dovrebbero maneggiarli di meno, a tutto vantaggio della propria salute). Sia perché avrebbero il vantaggio dei prodotti collaterali: nelle fattorie di caffé «all'ombra» in Perù ad esempio è stato constatato che i contadini ricavano circa il 30% del loro reddito dalla vendita di fascine da ardere o piante medicinali, oltre ai frutti per il consumo proprio. Sia, infine, perché il caffé cresciuto all'ombra ha più valore sul mercato: e qui conta il fatto che a consumarlo sono soprattutto i paesi ricchi. Si pensi che in media un coltivatore di caffé guadagna meno di 3 dollari al giorno, e che il calo dei prezzi della materia prima ha spinto molti piccoli contadini fuori dal mercato. L'ultima riunione dell'Organizzazione internazionale dei produttori di caffé ha concordato di limitare la produzione per far risalire i prezzi: se l'accordo regge sarà una svolta. Ma non basta. In America, Europa, o Giappone, molti sono disposti a pagare un po' di più per un caffé prodotto rispettando l'ambiente e i diritti di chi lo coltiva. Per essere definito «equo» - o «etico» - il caffé deve essere «biologico» (o «organico», cioè senza pesticidi), e commercializzato in modo corretto verso i produttori, e per l'appunto cresciuto all'ombra. Certo, di fronte alle botteghe eco-solidali, o ai produttori che hanno già accettato il caffé equo (come l'americana Starbucks: ma Halweil cita anche Illycaffè) ci sono tre grandi acquirenti che monopolizzano il mercato: Procter and Gamble (Folgers), Philip Morris (Maxwell) e Nestlé (Nescafé): e loro di caffé equo e ombreggiato non ne parlano neppure. Eppure, sembra che cresciuto all'ombra sia anche molto più buono...





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