terra terra
ALIMENTAZIONE
Un civile sciopero della carne
GIULIANO SADAR,
2002.06.02
La questione è per molti un tabù. Ma la sfida, stavolta, è al cuore del problema, e punta a disinnescare alla radice la proposta di un'etica e della pratica vegetariana. E rispondere a obiezioni di cui animalisti e vegetariani non ne possono più: «con tutti i problemi che ci sono al mondo, vale la pena perder tempo a preoccuparsi della condizione degli animali? O del mangiare o no la carne?» Ed è proprio partendo dai «problemi che ci sono al mondo» che la Lega Antivivisezione propone per la settimana dal 7 al 13 giugno, la stessa in cui si svolge a Roma il World Food Summit organizzato dalla Fao (dal 10 al 13), uno «sciopero» della carne e dei derivati animali (latte, uova). L'iniziativa serve per protestare contro il modello alimentare imperante. In occasione quindi del consesso in cui si decideranno le strategie alimentari per un mondo che oggi conta 800 milioni di persone a rischio di morte per fame, si sottolinea l'incompatibilità assoluta fra il consumo di carne e derivati animali e qualsiasi efficace strategia ambientale e demografica. Per non parlare della questione etica, che vede centinaia di milioni di animali morire ogni anno per soddisfare il mercato dei consumatori ricchi.
Il nodo del problema è tutt'altro che astruso e lo aveva già spiegato con grande lucidità Jeremy Rifkin nel suo libro «Ecocidio»: la politica della produzione intensiva e del consumo smodato di carne è frutto dell'economia del consumo e del profitto, e necessita energie e risorse alimentari che, se impiegate per il consumo alimentare diretto, risolverebbero i problemi di sottonutrizione del pianeta. E questo perché oggi il 50% dei cereali e il 75% della soia prodotti sul pianeta vengono utilizzati per nutrire animali destinati alla macellazione o alla produzione intensiva di latte: un bovino, per esempio, consuma 12 volte più derrate alimentari al giorno di un umano. E così per un sazio occidentale, che consuma circa una tonnellata di derrate l'anno, solo 90 kg servono per il consumo diretto, mentre 910 kg sono mangime per nutrire animali da carne, uova e latte, poi «consumati» dagli umani.
Più nel concreto: per produrre una caloria di cibo animale sono necessarie fino a 20 calorie di alimenti vegetali; per produrre un chilogrammo di carne occorrono quindi mediamente 10 kg di cereali e 3.000 litri d'acqua. Tanta energia per produrre pochissima energia: un controsenso, che però continua a imperare nell'ottica perversa che vuole il consumo e l'offerta di consumo alimentarsi a vicenda, pena il crollo del ricco castello in cui siamo arroccati.
A questi problemi si aggiungono nodi ecologici cruciali, quali la distruzione delle foreste per far posto a pascoli di bovini nei paesi del Terzo mondo e produrre carne che verrà regolarmente esportata nei paesi ricchi. I quali paesi ricchi devono misurarsi con gravi malattie causate dall'iperconsumo di grassi animali, o con allarmi ambientali sempre più pressanti. Si tratta di cifre enormi: ogni anno, in Italia vengono uccisi per consumo alimentare più di 700 milioni di animali, e nel solo bacino idrografico del Po vengono riversate le deiezioni di 4 milioni di bovini e 7 milioni di suini. Un totale di 190.000 tonnellate l'anno.
Cifre enormi e drammatiche, che illustrano la situazione disperata di miliardi di animali senzienti ma senza voce, costretti a passare la loro breve vita in allevamenti intensivi che sono veri e propri lager, nutriti con mangimi spesso oggetto di scandalo. «I fenomeni della mucca pazza e `polli e pesci alla diossina'» dice la Lav «sono la `naturale' conseguenza di consumi non rispettosi del benessere globale».
L'invito della Lav alla settimana senza carne, sostenuto da altre associazioni come ad esempio Progetto Gaia, vuole proporre un gesto di sensibilità nei confronti dei deboli: gli animali sfruttati e uccisi e gli ultimi fra gli umani, costretti a rinunciare alla tazza di cereali, dirottati a innescare una perversa catena di morte che termina sulle nostre ricche tavole imbandite.
Il nodo del problema è tutt'altro che astruso e lo aveva già spiegato con grande lucidità Jeremy Rifkin nel suo libro «Ecocidio»: la politica della produzione intensiva e del consumo smodato di carne è frutto dell'economia del consumo e del profitto, e necessita energie e risorse alimentari che, se impiegate per il consumo alimentare diretto, risolverebbero i problemi di sottonutrizione del pianeta. E questo perché oggi il 50% dei cereali e il 75% della soia prodotti sul pianeta vengono utilizzati per nutrire animali destinati alla macellazione o alla produzione intensiva di latte: un bovino, per esempio, consuma 12 volte più derrate alimentari al giorno di un umano. E così per un sazio occidentale, che consuma circa una tonnellata di derrate l'anno, solo 90 kg servono per il consumo diretto, mentre 910 kg sono mangime per nutrire animali da carne, uova e latte, poi «consumati» dagli umani.
Più nel concreto: per produrre una caloria di cibo animale sono necessarie fino a 20 calorie di alimenti vegetali; per produrre un chilogrammo di carne occorrono quindi mediamente 10 kg di cereali e 3.000 litri d'acqua. Tanta energia per produrre pochissima energia: un controsenso, che però continua a imperare nell'ottica perversa che vuole il consumo e l'offerta di consumo alimentarsi a vicenda, pena il crollo del ricco castello in cui siamo arroccati.
A questi problemi si aggiungono nodi ecologici cruciali, quali la distruzione delle foreste per far posto a pascoli di bovini nei paesi del Terzo mondo e produrre carne che verrà regolarmente esportata nei paesi ricchi. I quali paesi ricchi devono misurarsi con gravi malattie causate dall'iperconsumo di grassi animali, o con allarmi ambientali sempre più pressanti. Si tratta di cifre enormi: ogni anno, in Italia vengono uccisi per consumo alimentare più di 700 milioni di animali, e nel solo bacino idrografico del Po vengono riversate le deiezioni di 4 milioni di bovini e 7 milioni di suini. Un totale di 190.000 tonnellate l'anno.
Cifre enormi e drammatiche, che illustrano la situazione disperata di miliardi di animali senzienti ma senza voce, costretti a passare la loro breve vita in allevamenti intensivi che sono veri e propri lager, nutriti con mangimi spesso oggetto di scandalo. «I fenomeni della mucca pazza e `polli e pesci alla diossina'» dice la Lav «sono la `naturale' conseguenza di consumi non rispettosi del benessere globale».
L'invito della Lav alla settimana senza carne, sostenuto da altre associazioni come ad esempio Progetto Gaia, vuole proporre un gesto di sensibilità nei confronti dei deboli: gli animali sfruttati e uccisi e gli ultimi fra gli umani, costretti a rinunciare alla tazza di cereali, dirottati a innescare una perversa catena di morte che termina sulle nostre ricche tavole imbandite.




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