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AGRICOLTURA
Ricette per l'alimentazione
MARINELLA CORREGGIA,
2002.06.07
Nayakrishi, in Bangladesh, significa «nuova agricoltura», ed è un movimento che in pochi anni ha convertito 65mila famiglie contadine. Promosso in modo comunitario dall'associazione bengalese Ubinig, ha come principio di partenza: «non usare pesticidi chimici». Un principio adottato dopo che una donna contadina riferì di tutte le malattie legate all'uso della chimica nei campi. Nayakrishi non condanna certo i produttori a rese da fame, anzi: con la multicoltura, i pesticidi naturali tratti dall'albero neem, il mantenimento degli equilibri naturali e dei semi autoctoni, si produce meglio di prima. E con un basso consumo energetico: tre calorie di cibo con una di energia, mentre l'agricoltura industriale produce una caloria di cibo con 9 di energia. Nella savana del Ghana settentrionale, da quando i contadini hanno iniziato a compostare i residui colturali e a coprire il terreno con il pacciame, le rese sono aumentate del 200% in pochi anni.
In America Latina, America del Nord, Africa e Asia, circa 50 milioni di ettari sono coltivati con il sistema della non lavorazione del terreno; secondo i principi della «rivoluzione del filo di paglia» di Fukuoka, il suolo è nutrito e protetto con la pacciamatura e il sovescio. Aumento delle rese del 100%, dice Roland Brunch dell'organizzazione Cosecha dell'Honduras.
Sull'altopiano del Deccan, in India, le piogge sono incerte, il suolo povero. Ma la Deccan Development Society, un'organizzazione locale, ha coinvolto i contadini in un progetto di «agricoltura ecologica centrata sulle persone» (soprattutto le donne), dimostrando che l'agricoltura delle tecnologie sofisticate e ad alta intensità di capitale non solo non è necessaria ma non è nemmeno la più adatta a nutrire centinaia di milioni di poveri. Inizialmente il progetto ha migliorato il suolo con la coltivazione di canapa e l'immissione di concime. Poi, con il recupero dei sistemi di ritenzione idrica, la rotazione colturale (fra sorgo e leguminose) e la multicoltura, sono state riscoperte varietà locali altamente nutrienti, come lo spinacio indiano, ricchissimo di precursori della vitamina A. Il progetto è stato completato creando orti di piante medicinali e una banca delle derrate, basata sui villaggi, per evitare penurie e speculazioni sui prezzi. Risultato, là sul Deccan? Il ritorno a un'alimentazione locale e nutriente; e si mangia tre volte al giorno.
In Thailandia, molti piccoli orti domestici moltiplicano la superficie con la coltivazione «in verticale»: su in alto, molto in alto, la palma offre ombra e materiale da costruzione, sotto crescono il mango e altri alberi da frutto, sotto ancora le piccole piante di banano e il mais, infine e livello terreno ogni sorta di ortaggi.
Queste e molte sono le «storie di successi» che dai cinque continenti arrivano a Farming solutions, un sito di discussione, proposta e scambio (www.farmingsolutions.org) creato lo scorso aprile da Greenpeace, Oxfam (nota agenzia per la cooperazione internazionale) e Ileia (un istituto per l'agricoltura durevole). L'obiettivo è «produrre cibo sano e nutriente per tutti, proteggendo al tempo stesso l'ambiente e le risorse». Un anno fa Greenpeace ha contribuito a uno studio dell'Università di Essex - sfociato poi nel rapporto «Recipies against hunger» (Ricette contro la fame) - condotto in 52 paesi. La scoperta è che anche passando all'agricoltura durevole aumentano i raccolti. Purché i poveri abbiano accesso alla terra e al credito, si rivela falsa l'annoso argomento contro l'agricoltura non industrialista: «volete condannare i contadini a magri raccolti e il mondo alla fame?». Anzi, è il sistema globale di produzione alimentare che manda a dormire affamate oltre 800 milioni di persone e al tempo stesso conduce un'agricoltura che mangia le foreste, riduce la biodiversità, inquina, e mina la democrazia. Molti esempi anche dal Nord del mondo. Tim Deane, scozzese, ha raddoppiato il proprio reddito da quando con alcuni altri agricoltori prepara e consegna a domicilio le «cassette miste di prodotti biologici».
In America Latina, America del Nord, Africa e Asia, circa 50 milioni di ettari sono coltivati con il sistema della non lavorazione del terreno; secondo i principi della «rivoluzione del filo di paglia» di Fukuoka, il suolo è nutrito e protetto con la pacciamatura e il sovescio. Aumento delle rese del 100%, dice Roland Brunch dell'organizzazione Cosecha dell'Honduras.
Sull'altopiano del Deccan, in India, le piogge sono incerte, il suolo povero. Ma la Deccan Development Society, un'organizzazione locale, ha coinvolto i contadini in un progetto di «agricoltura ecologica centrata sulle persone» (soprattutto le donne), dimostrando che l'agricoltura delle tecnologie sofisticate e ad alta intensità di capitale non solo non è necessaria ma non è nemmeno la più adatta a nutrire centinaia di milioni di poveri. Inizialmente il progetto ha migliorato il suolo con la coltivazione di canapa e l'immissione di concime. Poi, con il recupero dei sistemi di ritenzione idrica, la rotazione colturale (fra sorgo e leguminose) e la multicoltura, sono state riscoperte varietà locali altamente nutrienti, come lo spinacio indiano, ricchissimo di precursori della vitamina A. Il progetto è stato completato creando orti di piante medicinali e una banca delle derrate, basata sui villaggi, per evitare penurie e speculazioni sui prezzi. Risultato, là sul Deccan? Il ritorno a un'alimentazione locale e nutriente; e si mangia tre volte al giorno.
In Thailandia, molti piccoli orti domestici moltiplicano la superficie con la coltivazione «in verticale»: su in alto, molto in alto, la palma offre ombra e materiale da costruzione, sotto crescono il mango e altri alberi da frutto, sotto ancora le piccole piante di banano e il mais, infine e livello terreno ogni sorta di ortaggi.
Queste e molte sono le «storie di successi» che dai cinque continenti arrivano a Farming solutions, un sito di discussione, proposta e scambio (www.farmingsolutions.org) creato lo scorso aprile da Greenpeace, Oxfam (nota agenzia per la cooperazione internazionale) e Ileia (un istituto per l'agricoltura durevole). L'obiettivo è «produrre cibo sano e nutriente per tutti, proteggendo al tempo stesso l'ambiente e le risorse». Un anno fa Greenpeace ha contribuito a uno studio dell'Università di Essex - sfociato poi nel rapporto «Recipies against hunger» (Ricette contro la fame) - condotto in 52 paesi. La scoperta è che anche passando all'agricoltura durevole aumentano i raccolti. Purché i poveri abbiano accesso alla terra e al credito, si rivela falsa l'annoso argomento contro l'agricoltura non industrialista: «volete condannare i contadini a magri raccolti e il mondo alla fame?». Anzi, è il sistema globale di produzione alimentare che manda a dormire affamate oltre 800 milioni di persone e al tempo stesso conduce un'agricoltura che mangia le foreste, riduce la biodiversità, inquina, e mina la democrazia. Molti esempi anche dal Nord del mondo. Tim Deane, scozzese, ha raddoppiato il proprio reddito da quando con alcuni altri agricoltori prepara e consegna a domicilio le «cassette miste di prodotti biologici».





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