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AGRICOLTURA
Cuba, addio allo zucchero
MAURIZIO GALVANI,
2002.06.11
Cuba senza canna da zucchero? La notizia della chiusura della metà delle piantagioni e l'avvicendamento di circa 100 mila lavoratori è apparsa finora solo su due giornali spagnoli, El pais e El mundo. Ma se confermata dal governo dell'Avana segnerà un cambio epocale per l'economia cubana - pari, forse, solo alla decisione oltre dieci anni di promuovere l'apertura ai capitali stranieri e la formazioni delle joint-venure. L'azucar è legato, nel bene e nel male, alla storia economica e culturale dell'Isola. Già nell'epoca coloniale e schiavistica, poi negli anni successivi all'indipendenza dagli spagnoli e nell'epoca delle dittatura di Batista. Soprattutto, dopo la vittoria della rivoluzione dei barbudos nel 1960. Nel 1964, dopo la drammatica crisi di ottobre, in una discussione che coinvolse i più alti vertici del governo - e lo stesso Che Guevara - i dirigenti della giovane rivoluzione cubana scelsero, obbligati anche dall'emabargo statunitense, di allearsi con l'Urss: lo zucchero divenne la sua merce di scambio con il blocco sovietico. La loro unica e principale risorsa, di fronte a un industria smantellata dalla fuga dei capitalisti e dei tecnici. Fu così che l'Isola fu indirizzata alla monocoltura dell'azucar, pagato a prezzi stabile dal grande fratello socialista. In cambio l'Avana poteva importare petrolio e altri prodotti prodotti dai paesi aderenti al Comecon (Polonia, Bulgaria, Cecoslavacchia). Questo periodo viene ricordato come un epoca mitica, per le grandi chiamate popolari alla sforzo decisivo (1969), la grande zafra (raccolto) del 1970, a cui partecipò lo stesso Fidel Castro, ricordato con il machete in mano. Quella del `70 fu un fallimento e anche in seguito i risultati non sono stati brillanti, ma lo zucchero rimase l'unica risorsa dell'Isola.
Il crollo del Muro di Berlino e il tracollo del blocco sovietico nel 1989 cambiarono il volto all'economia mondiale e lasciarono Cuba sotto shock. Ogni cittadino cubano sa cosa ha voluto dire affrontare gli anni del periodo especial (un vero comunismo di guerra) nei primi anni novanta, quando Cuba dovette ri-orentare il 70% del suo commercio, dei suoi scambi e delle sue importazioni. L'azucar rappresentò ancora una risorsa, ma questa volta non l'unica, per affrontare la durissima crisi econonica. Il governo ha iniziato a «coltivare» il turismo, e il nichel. E ha avviato joint-venture per l'estrazione di petrolio.
Lo zucchero però continua a occupare due milioni di cubani, nel settore della produzione e della trasformazione (vedi il rum), ma è stato venduto sul mercato e ha subìto tutti gli effetti del deprezzamento di ogni materia prima. Non solo, l'Avana è rimasta fuori (per responsabilità del blocco operato dagli Stati uniti) da numerosi trattati commerciali bilaterali (Wto, Vertice Latinoamerica-Unione europea). Rimarrà anche esclusa dall'Acla (la nuova zona di libero commercio per l'America latina che sarà promossa molto probabilmente dal 2005). L'anno scorso poi il terribile uragano Michele ha devastato numerose piantagioni di canna da zucchero. Risultato, l'azucar non è più redditizio: l'anno passato sono state esportate 100 mila tonnellate di zucchero ma il prezzo è caduto sul mercato mondiale e l'entrate si sono ridotte di 120 milioni di dollari.
Con questi conti, il governo si è deciso a chiudere più di 70 fabbriche o ingenios (su di un totale di 155 impianti) lasciando a casa più di centomila lavoratori che potranno godere di un indennità pari al 60-100% del salario. Inoltre, il governo ha stabilito che un milione e duecentomila ettari coltivato a canna saranno riconvertiti ad altre produzioni agricole. Si tratta del 50% della terra coltivabile. A oggi non si conosce il destino dei rimanenti 400 mila lavoratori e gli altri due milioni occupati nell'indotto. Con il declino dello zucchero scomparirà tutta una «cultura» ad esso legata? Probabile, come è pure vero che ormai all'Avana sono concentrati su altri numeri: il turismo, il nichel (Cuba punta a diventare il terzo estrattore mondiale) e il petrolio: quello fornito dal governo venezuelano di Hugo Chavez - in cambio di zucchero - non basta più.
Il crollo del Muro di Berlino e il tracollo del blocco sovietico nel 1989 cambiarono il volto all'economia mondiale e lasciarono Cuba sotto shock. Ogni cittadino cubano sa cosa ha voluto dire affrontare gli anni del periodo especial (un vero comunismo di guerra) nei primi anni novanta, quando Cuba dovette ri-orentare il 70% del suo commercio, dei suoi scambi e delle sue importazioni. L'azucar rappresentò ancora una risorsa, ma questa volta non l'unica, per affrontare la durissima crisi econonica. Il governo ha iniziato a «coltivare» il turismo, e il nichel. E ha avviato joint-venture per l'estrazione di petrolio.
Lo zucchero però continua a occupare due milioni di cubani, nel settore della produzione e della trasformazione (vedi il rum), ma è stato venduto sul mercato e ha subìto tutti gli effetti del deprezzamento di ogni materia prima. Non solo, l'Avana è rimasta fuori (per responsabilità del blocco operato dagli Stati uniti) da numerosi trattati commerciali bilaterali (Wto, Vertice Latinoamerica-Unione europea). Rimarrà anche esclusa dall'Acla (la nuova zona di libero commercio per l'America latina che sarà promossa molto probabilmente dal 2005). L'anno scorso poi il terribile uragano Michele ha devastato numerose piantagioni di canna da zucchero. Risultato, l'azucar non è più redditizio: l'anno passato sono state esportate 100 mila tonnellate di zucchero ma il prezzo è caduto sul mercato mondiale e l'entrate si sono ridotte di 120 milioni di dollari.
Con questi conti, il governo si è deciso a chiudere più di 70 fabbriche o ingenios (su di un totale di 155 impianti) lasciando a casa più di centomila lavoratori che potranno godere di un indennità pari al 60-100% del salario. Inoltre, il governo ha stabilito che un milione e duecentomila ettari coltivato a canna saranno riconvertiti ad altre produzioni agricole. Si tratta del 50% della terra coltivabile. A oggi non si conosce il destino dei rimanenti 400 mila lavoratori e gli altri due milioni occupati nell'indotto. Con il declino dello zucchero scomparirà tutta una «cultura» ad esso legata? Probabile, come è pure vero che ormai all'Avana sono concentrati su altri numeri: il turismo, il nichel (Cuba punta a diventare il terzo estrattore mondiale) e il petrolio: quello fornito dal governo venezuelano di Hugo Chavez - in cambio di zucchero - non basta più.




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