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COMMERCIO
Trips, la proprietà unilaterale
RICCARDO BOCCO,
2002.06.13
Uno degli argomenti usati per portare i paesi in via di sviluppo all'approvazione dell'Uruguay Round, quindi alla nascita della Wto nel 1994, è stata la possibilità, o l'illusione, di avere un foro multilaterale per discutere, tra le altre cose attinenti al commercio, di nuovi standards sulla proprietà intellettuale a livello internazionale. Non dobbiamo dimenticare che l'accordo Trips (Trade-related aspects of Intellectual Property Rights), una delle novità fondamentali della Wto, stabilisce solo delle obbligazioni minime per le nazioni, che sono comunque frutto di un compromesso a livello multilaterale tra paesi industrializzati e paesi del sud. La strategia statunitense ha, quindi, come scopo la sottoscrizione all'interno di accordi bilaterali, che possono avere come oggetto il commercio, gli investimenti, la ricerca e anche la cooperazione allo sviluppo, di clausole sulla proprietà intellettuale, in modo da costruire una situazione de facto più stringente dei Trips: da qui il nome Trips plus. Facciamo un esempio: mentre il famoso articolo 27.3 bis dei Trips prevede la possibilità per i singoli stati di dotarsi di sistemi sui generis della proprietà intellettuale in campo biotecnologico e l'esclusione di piante ed animali dalla brevettabilità, accordi bilaterali Trips plus possono obbligare il paese firmatario ad avere come unica scelta il brevetto. Risulta evidente come il foro negoziale non sia ormai la Wto o la World Intellectual Property Organization (Wipo) dell'Onu, giudicate forse troppo democratiche dagli Usa, ma l'accordo bilaterale stesso, dove il paese più forte può imporre il proprio modello a quello più debole.
L'area di libero scambio (Fta) tra Giordania ed Usa può essere presa come esempio: il governo giordano è obbligato ad aderire all'Upov entro 12 mesi (l'Upov è un trattato internazionale di protezione delle varietà vegetali che sta sempre più prendendo le caratteristiche del brevetto) e a restringere la possibilità di esclusioni dal brevetto previste dai Trips. Purtroppo però non sono da soli gli Usa nell'adottare questa linea, anche l'Ue ha nella propria agenda l'adozione di standards elevati di protezione della proprietà intellettuale, da raggiungere sia attraverso azioni multilaterali sia, e soprattutto, grazie ad accordi bilaterali. La stessa Convenzione di Lomè, di recente firmata tra Unione europea e paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) rientra nello schema finora visto degli accordi bilaterali, anche se negoziato tra due blocchi e non tra due nazioni. In questo caso i paesi Acp, discutendo di commercio di prodotti agricoli, aiuti e problemi migratori, si ritrovano obbligati ad adottare il sistema brevettuale per proteggere le innovazioni biotecnologiche.
Ancora più schizofrenico risulta il trattato Ue - Bangladesh, dove da un lato il Bangladesh si impegna ad aderire all'Upov entro il 2006 e dall'altro si parla di rafforzamento della partecipazione democratica dal basso. Peccato che proprio questa partecipazione aveva portato il parlamento ad adottare un sistema sui generis più consono alle tradizioni locali, dopo una discussione lunga con ong, società civile e comunità scientifica; sistema che dovrà rivedere per venire incontro all'impegno di adesione all'Upov sottoscritto dal governo. Che ne è della partecipazione democratica se è Bruxelles ad imporre le politiche del Bangladesh ?
Come è possibile coniugare questo alto livello di interventismo volto a costruire delle norme dettagliate a livello nazionale, con la teoria del libero commercio e dei vantaggi comparati ? La domanda la pone Peter Drahos, professore al Queen Mary College di Londra, su un articolo dal titolo Bilateralism in Intellectual Property apparso su The Journal of World Intellectual Property nel novembre del 2001. Interessanti sono anche alcune idee che l'autore propone. Infatti, sostiene che se i paesi in via di sviluppo non saranno in grado di opporre una coalizione compatta che ponga il veto a standards sempre più elevati di protezione della proprietà intellettuale, saranno colpiti ed intrappolati uno ad uno dall'onda del bilateralismo statunitense ed europeo.
L'area di libero scambio (Fta) tra Giordania ed Usa può essere presa come esempio: il governo giordano è obbligato ad aderire all'Upov entro 12 mesi (l'Upov è un trattato internazionale di protezione delle varietà vegetali che sta sempre più prendendo le caratteristiche del brevetto) e a restringere la possibilità di esclusioni dal brevetto previste dai Trips. Purtroppo però non sono da soli gli Usa nell'adottare questa linea, anche l'Ue ha nella propria agenda l'adozione di standards elevati di protezione della proprietà intellettuale, da raggiungere sia attraverso azioni multilaterali sia, e soprattutto, grazie ad accordi bilaterali. La stessa Convenzione di Lomè, di recente firmata tra Unione europea e paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) rientra nello schema finora visto degli accordi bilaterali, anche se negoziato tra due blocchi e non tra due nazioni. In questo caso i paesi Acp, discutendo di commercio di prodotti agricoli, aiuti e problemi migratori, si ritrovano obbligati ad adottare il sistema brevettuale per proteggere le innovazioni biotecnologiche.
Ancora più schizofrenico risulta il trattato Ue - Bangladesh, dove da un lato il Bangladesh si impegna ad aderire all'Upov entro il 2006 e dall'altro si parla di rafforzamento della partecipazione democratica dal basso. Peccato che proprio questa partecipazione aveva portato il parlamento ad adottare un sistema sui generis più consono alle tradizioni locali, dopo una discussione lunga con ong, società civile e comunità scientifica; sistema che dovrà rivedere per venire incontro all'impegno di adesione all'Upov sottoscritto dal governo. Che ne è della partecipazione democratica se è Bruxelles ad imporre le politiche del Bangladesh ?
Come è possibile coniugare questo alto livello di interventismo volto a costruire delle norme dettagliate a livello nazionale, con la teoria del libero commercio e dei vantaggi comparati ? La domanda la pone Peter Drahos, professore al Queen Mary College di Londra, su un articolo dal titolo Bilateralism in Intellectual Property apparso su The Journal of World Intellectual Property nel novembre del 2001. Interessanti sono anche alcune idee che l'autore propone. Infatti, sostiene che se i paesi in via di sviluppo non saranno in grado di opporre una coalizione compatta che ponga il veto a standards sempre più elevati di protezione della proprietà intellettuale, saranno colpiti ed intrappolati uno ad uno dall'onda del bilateralismo statunitense ed europeo.





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