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COMMERCIO
Il grande affare del legno illegale
MARINA FORTI,
2002.06.21
L'Indonesia è il caso più eclatante: nel 2000 ha prodotto 20 milioni di metri cubi di legname, ma la domanda (il legname consumato o venduto sul mercato internazionale) si è attestata su 60 milioni di metri cubi. In altri termini, c'è un gap di 40 milioni di metri cubi di fibre di legno per le cartiere, le fabbriche di compensati e truciolati, e così via. E quel gap viene coperto da legname tagliato illegalmente: il 70% del legno prodotto dall'Indonesia è di origine illegale. E l'Indonesia non è un caso unico: il commercio di legname tagliato illegalmente è un affare di dimensioni considerevoli. Tali da minacciare non solo la sopravvivenza delle foreste e dunque l'equilibrio ecologico di ampie regioni, ma anche la stabilità economica dei paesi produttori, faceva notare qualche tempo fa il Earth Policy Institute, l'istituto di ricerca fondato da Lester Brown che pubblica regolari analisi di «eco-economia» (Illegal Logging Threatens Ecological and Economic Stability, di Janet Larsen, maggio 2002). Ora, se i maggiori produttori tagliano illegalmente è abbastanza probabile che i compratori importino legno tagliato in circostanze illegali. Il Wwf denuncia: il 13% del legname importato dai paesi del G8 e dalla Cina potrebbe essere di origine illegale. In un rapporto pubblicato ieri (L'impronta del legname del G8 e Cina), l'organizzazione ambientalista internazionale fa notare che gli 8 paesi più industrializzati (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Stati uniti, Gran Bretagna e Russia) e la Cina fanno due terzi delle importazioni mondiali di legname: guardando quanto e dove comprano, il Wwf stima che 53 milioni di metricubi di legno o derivati siano di provenienza illegale.

La Cina è un caso preoccupante: secondo l'istituto di Washington, il paese consuma quasi 280 milioni di metricubi di legname all'anno ma la domanda non è coperta dalla produzione interna, che arriva a 142 milioni di metricubi. Pechino dunque importa, e secondo l'Organizzazione internazionale del Legname trobicale (Itto) diventerà nei prossimi anni il primo importatore al mondo, superando gli Stati uniti ed eclissando il Giappone. Il 57% del legno importato dalla Cina viene dalla parte asiatica della Russia, dove la debolezza delle leggi e delle istituzioni, e la corruzione, fa sì che i boschi siano allegramente tagliati e i tronchi venduti direttamente alla Cina dove saranno lavorati. Un quinto del legname prodotto in Russia è di origine illegale, stima Larsen, ma secondo il Wwf lo è almeno la metà di quello prodotto nell'estremo oriente russo. La Cina importa inoltre legno tropicale pregiato dalla Birmania (Myanmar), a un ritmo di sicuro più veloce della ricrescita di quegli alberi (che impiegano centinaia di anni per crescere), e dall'Indonesia. Il G8, più in generale, importa da paesi come Brasile, Cameroon, Gabon, Liberia, Malaysia, Indonesia, Russia e Vietnam - tutti posti dove è noto che una parte significativa della produzione è illegale. Il legno tagliato di frodo può entrare nella catena dell'export in vari modi: aziende che occupano illegalmente foreste su cui non hanno concessioni, o si estendono a tagliare in aree protette, o acquistano da tagliatori illegali; il legno viene però passato per roba «regolare», magari contraffacendo i certificati sulla provenienza. Il tutto è spesso accompagnato da corruzione e da sfruttamento della manodopera locale. La Banca mondiale stima che il taglio illegale di legno costi ai governi 5 miliardi di dollari ogni anno in mancato reddito, e 10 miliardi di dollari agli stati produttori.

Il Wwf accusa direttamente il G8, che tra pochi giorni si riunisce in Canada: «Non sta applicando politiche efficaci per verificare che il legno acquistato abbia origine legale», dice il responsabile del Programma foreste del Wwf, Paul Toyne. Eppure, il taglio illegale sarebbe più difficile se il G8 insistesse per comprare solo legno «certificato» secondo i criteri - ancora solo volontari - del Forest Stewardship Council (Fsc), l'organizzazione mondiale che attesta se le foreste sono gestite in modo «sostenibile».

 
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