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AMBIENTE,COMMERCIO
La Somalia si brucia i suoi boschi
MARINA FORTI,
2002.07.31
Aun estremo ci sono i boschi di acacie della Somalia. All'altro estremo, il carbone vegetale usato per grigliare spiedini e cotolette in Arabia saudita, Yemen o negli Emirati Arabi. Tra l'uno e l'altro di questi estremi c'è una gran quantità di lavoro sporco - in senso letterale e figurato. L'export di carbone vegetale sta diventando uno dei maggiori commerci della Somalia, si dice addirittura più importante delle banane - una volta erano la maggiore voce dell'export somalo. Réportages recenti descrivono un grande traffico di camion carichi di carboni che prendono la strada del porto, dove la merce sarà imbarcata per la penisola arabiva. E' un commercio vietato - sta distruggendo il poco che resta dei boschi del paese. E però in Somalia, dove non esiste un'autorità centrale ma diversi centri di potere - e dove il governo in carica a Mogadiscio non controlla neppure l'intera capitale - come stupirsi che il bando non sia fatto rispettare? Al contrario: un corrispondente del New York Times riferisce che il mercato centrale del carbone vegetale si trova, a Modagiscio, a poco più di un chilometro dall'hotel che funge da ufficio per il ministero dell'ambiente (Nyt, 25 luglio). Là affluisce la merce, i pezzi di carbone più grandi sono separati dai frammenti (i primi sono venduti a prezzo più caro), avvengono le contrattazioni, infine stuoli di lavoratori caricano i camion diretti al porto. Il carbone vegetale è ormai la causa più importante di deforestazione in Somalia. Per produrlo bisogna scavare grandi buche nel terreno, riempirle di legno, dargli fuoco avendo cura di coprirle in modo che la combustione sia lenta, con poco ossigeno. E' un combustibile dispendioso (dal punto di vista ambientale) per un paese che non ha più molti alberi. Gli ultimi dati delle Nazioni unite dicono che una decina d'anni da il 14% del territorio somalo era coperto da boschi, in particolare nel centro e sud del paese. Difficile dire quanto sia rimasto ora - il collasso di ogni amministrazione statale significa anche che i dati sono aleatori - ma sempre le Nazioni unite azzardano che siano ridotti al 4% del territorio. Il carbone vegetale è stato e resta il più comune combustibile domestico per i somali, ma l'esportazione era vietata ai tempi di Siad Barre (il cui governo cadde nel `91). In seguito, il divieto è stato fatto osservare anche dal generale Mohammed Farah Aidid, che controllava una parte del territorio meridionale - ma è saltato quando il generale è scomparso e il «feudo» è passato al figlio Hussein Mohammad Aidid, nel 1996. Ed è dopo quella data che l'export di carbone vegetale ha avuto un vero e proprio boom.
Secondo una stima delle Nazioni unite, nel 2000 la Somalia ha prodotto 112mila tonnellate di carbone vegetale, di cui l'80% è andato all'estero. Il motivo è semplice: un sacco di carbone venduto sul mercato locale per 4 dollari ne frutta almeno 10 nei paesi del Golfo (che hanno vietato la produzione in casa propria per motivi ambientali). E la Somalia non ha molto altro da esportare, da quando i paesi del Golfo hanno smesso di importare carne dal Corno d'Africa (pecore, capre, cammelli, bovini) per motivi sanitari. Ci sarebbero altre risorse: la Somalia ha poca terra arabile ma parecchie ricchezze minerarie. E però estrarre ferro, bauxite o stagno (o petrolio e gas naturale) richiede investimenti e infrastrutture, e stabilità, mentre il carbone vegetale si fa con poco: alberi e migliaia di umani pronti a prestarsi come manodopera a basso costo, in mancanza di meglio. Certo, è un lavoro faticoso, sporco - di polvere nera - e pericoloso - anche per le mine disseminate nel paese. Gran parte del profitto va ai commercianti e ai capi delle fazioni che controllano l'accesso ai boschi. E' un lavoro che sta distruggendo quello che resta della vegetazione - ormai i boschi sono aggrediti con le motoseghe. Ma per chi lo fa è un reddito indispensabile, e per mediatori e commercianti una rara fonte di valuta straniera necessaria a finanziare quel poco di importazioni che il paese si permette. Così, la Somalia si brucia i pochi boschi che le restano.
Secondo una stima delle Nazioni unite, nel 2000 la Somalia ha prodotto 112mila tonnellate di carbone vegetale, di cui l'80% è andato all'estero. Il motivo è semplice: un sacco di carbone venduto sul mercato locale per 4 dollari ne frutta almeno 10 nei paesi del Golfo (che hanno vietato la produzione in casa propria per motivi ambientali). E la Somalia non ha molto altro da esportare, da quando i paesi del Golfo hanno smesso di importare carne dal Corno d'Africa (pecore, capre, cammelli, bovini) per motivi sanitari. Ci sarebbero altre risorse: la Somalia ha poca terra arabile ma parecchie ricchezze minerarie. E però estrarre ferro, bauxite o stagno (o petrolio e gas naturale) richiede investimenti e infrastrutture, e stabilità, mentre il carbone vegetale si fa con poco: alberi e migliaia di umani pronti a prestarsi come manodopera a basso costo, in mancanza di meglio. Certo, è un lavoro faticoso, sporco - di polvere nera - e pericoloso - anche per le mine disseminate nel paese. Gran parte del profitto va ai commercianti e ai capi delle fazioni che controllano l'accesso ai boschi. E' un lavoro che sta distruggendo quello che resta della vegetazione - ormai i boschi sono aggrediti con le motoseghe. Ma per chi lo fa è un reddito indispensabile, e per mediatori e commercianti una rara fonte di valuta straniera necessaria a finanziare quel poco di importazioni che il paese si permette. Così, la Somalia si brucia i pochi boschi che le restano.





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