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AGRICOLTURA
Chiapas, la terra in conflitto
STEPHANE BRUNO,
2002.08.07
I conflitti per la terra continuano a infiammare le comunità rurali del Messico. Prendiamo il Chiapas, ad esempio: è ben noto che l'80% dei conflitti sociali ruota attorno a contese sui titoli di diritto all'uso di risorse naturali e diritti di proprietà della terra. Emblematici i recenti conflitti nella Selva Lacandona e Ocosingo tra municipi autonomi zapatisti e contadini indigeni di sinistra su chi ha diritto a coltivare le fattorie di caffé organico occupate durante il sollevamento zapatista - contesa a colpi di arresti, migrazioni forzate, sequestri reciproci e scontri violenti. I numeri del resto parlano chiaro. Il Messico ha una superficie territoriale di 196.7 milioni di ettari, dei quali 90% a uso rurale. Ovvero, 177 milioni di ettari sono identificati come ad uso agropecuario, dei quali 39% in regime di proprietá privata (con 1.4 milioni di proprietari) e il resto, salvo le riserve naturali e parchi, appartengono a 3 milioni di ejidatari (gli ejidos sono proprietà sociali) e 511.000 comuneros indigeni. Il problema ed i conflitti territoriali sono dovuti in parte al fatto che il 70% degli ejidatari e comuneros indigeni hanno piú di 50 anni di etá e spesso muoiono senza designare successori, con conseguenti dispute ereditarie, ricorsi in tribunali (172.000 negli ultimi 5 anni ), conflitti agrari di tipo familiare, interetnico e comunitario. Il dirigente della Central Campesina Cardenista Max Correa dichiarava di recente: «Il problema della proprietá della terra è quello che la gente sente di piú, è un problema latente che quando scoppia è incendiario». Il famoso articolo 27 della Costituzione messicana, erede dei diritti alla terra e della soppressione dei latifondi della rivoluzione del 1910, fu cambiato negli anni `90 dall'allora presidente Salinas de Gortari, che istituì anche i Tribunali Agricoli per risolvere le controversie per il possesso e l'usufrutto della terra. Restano tuttavia ben 72 milioni di ettari contesi.
Il caso della Riserva della Biosfera di Montes Azules (Chiapas), abbondantemente descritta dai media, dove il conflitto per la terra si mescola alla problematica ecologica di una riserva naturale, illustra bene il problema. La questione sono 32 insediamenti di rifugiati di etnia maya, basi di appoggio dell'Ezln (Esercito zapatista di liberazione nazionale) e dell'Aric Independiente: a modo loro e spesso non con metodi di ecocompatibili, stanno coltivando, disboscando e sfruttando una parte della selva umida tropicale di questo paradiso naturale. Ma i legittimi proprietari di queste terre sono altre popolazioni indigene, anch'esse di ceppo maya, i Lacandones. Gli ultimi arrivati non vogliono andarsene, perché non sanno dove andare e perché sono rifugiati dal 1994. A difendere i diritti dei Lacandones e del legittimo diritto di protezione ambientale ci sono gruppi e Organizzazioni non governative (Ong) ecologiste non sempre disinteressati (come la statunitense Conservation International o la Stazione di Ecoturismo del gruppo Pulsar). A complicare la situazione, di recente il leader degli allevatori Constantino Kanter ha offerto al governo gli 80.000 ettari dei 300 allevatori espropriati nel 1994 da alcune comunitá zapatiste nei municipi di Altamirano, La Trinitaria, Las Margaritas e Ocosingo per ricollocarvi questi 32 insediamenti abusivi nei Montes Azules - a condizione che il governo chiapaneco glieli compri e non li lasci in mano delle comunitá zapatiste.
In un panorama così complesso, la Banca Mondiale e il Bid (Banca interamericana di sviluppo) vanno sostenendo la soluzione «di mercato»: per risolvere i conflitti agrari e ridurre la povertá rurale propongono di promuovere l'acquisto della terra attraverso un sistema di finanziamento rurale, in cui contadini e proprietari terrieri negozino direttamente con le banche. Insomma: affidare al mercato il problema della redistribuzione della terra. Alcune associazioni contadine e sindacati agricoli hanno dichiarato che «in questo modo si ignorano le forze sociali che stanno lottando per una riforma agraria nei rispettivi paesi e si minaccia di distruggere le conquiste sociali».
Il caso della Riserva della Biosfera di Montes Azules (Chiapas), abbondantemente descritta dai media, dove il conflitto per la terra si mescola alla problematica ecologica di una riserva naturale, illustra bene il problema. La questione sono 32 insediamenti di rifugiati di etnia maya, basi di appoggio dell'Ezln (Esercito zapatista di liberazione nazionale) e dell'Aric Independiente: a modo loro e spesso non con metodi di ecocompatibili, stanno coltivando, disboscando e sfruttando una parte della selva umida tropicale di questo paradiso naturale. Ma i legittimi proprietari di queste terre sono altre popolazioni indigene, anch'esse di ceppo maya, i Lacandones. Gli ultimi arrivati non vogliono andarsene, perché non sanno dove andare e perché sono rifugiati dal 1994. A difendere i diritti dei Lacandones e del legittimo diritto di protezione ambientale ci sono gruppi e Organizzazioni non governative (Ong) ecologiste non sempre disinteressati (come la statunitense Conservation International o la Stazione di Ecoturismo del gruppo Pulsar). A complicare la situazione, di recente il leader degli allevatori Constantino Kanter ha offerto al governo gli 80.000 ettari dei 300 allevatori espropriati nel 1994 da alcune comunitá zapatiste nei municipi di Altamirano, La Trinitaria, Las Margaritas e Ocosingo per ricollocarvi questi 32 insediamenti abusivi nei Montes Azules - a condizione che il governo chiapaneco glieli compri e non li lasci in mano delle comunitá zapatiste.
In un panorama così complesso, la Banca Mondiale e il Bid (Banca interamericana di sviluppo) vanno sostenendo la soluzione «di mercato»: per risolvere i conflitti agrari e ridurre la povertá rurale propongono di promuovere l'acquisto della terra attraverso un sistema di finanziamento rurale, in cui contadini e proprietari terrieri negozino direttamente con le banche. Insomma: affidare al mercato il problema della redistribuzione della terra. Alcune associazioni contadine e sindacati agricoli hanno dichiarato che «in questo modo si ignorano le forze sociali che stanno lottando per una riforma agraria nei rispettivi paesi e si minaccia di distruggere le conquiste sociali».




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