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AMBIENTE, PETROLIO
Banca mondiale boccia l'oleodotto
MARINA FORTI,
2002.09.15
Secondo uno dei massimi esperti della Banca Mondiale, l'oleodotto Ocp in costruzione in Ecuador viola gli standard ambientali e sociali della stessa Banca Mondiale. La notizia è significativa sia perché la voce è autorevole, sia perché rispettare le regole della Banca mondiale era una delle condizioni vincolanti per il prestito (900 milioni di dollari) concesso dalla banca tedesca WestLandesbank e altre (tra cui la Bnl italiana) al consorzio multinazionale che sta costruendo l'oleodotto (di cui fa parte l'italiana Eni). Il rapporto diffuso venerdì è stato redatto da Robert Goodland, ecologo tropicale e autore delle valutazioni di impatto ambientale di molti grandi progetti della Banca Mondiale negli ultimi 25 anni. E' lui che ha enunciato quelle che poi sono diventate la «politiche di salvaguardia ambientale e sociale» della Banca mondiale - norme su impatto ambientale, difesa degli habitat naturali, popolazioni locali, proprietà culturale. E poi sul reinsediamento forzato di popolazioni sloggiate da dighe, oleodotti o altre infrastrutture. Insomma: è lui che organizzazioni non governative internazionali hanno invitato a recarsi in Ecuador, tra le roventi polemiche e proteste che circondano la costruzione dell'Oleodotto de Crudos Pesados (Ocp, oleodotto per il greggio pesante). Goodland ci è andato, e ha rilevato la «sostanziale non conformità con tutte le quattro politiche della Banca mondiale applicabili» al caso specifico - su valutazione d'impatto ambientale, habitat naturali, reisediamento volontario e i popoli indigeni.

L'oleodotto Ocp avrà un percorso di 500 chilometri, per collegare le zone petrolifere dell'Amazzonia alla costa del Pacifico. Attraverserà ben 11 aree protette (tra cui, per ironia, quella del Choco Andino protetta con i finanziamenti Gef-Banca mondiale). Trasporterà tra 390mila e 450mila barili di greggio pesante al giorno - i suoi sostenitori sostengono che era indispensabile al pieno sviluppo dell'export petrolifero della regione amazzonica.

Goodland fa notare in particolare che le linee-guida della Banca mondiale sono state concepite come criterio che deve informare la pianificazione dei progetti, e non le misure correttive a posteriori. E invece sembra che il Consorzio Ocp ne tenga conto solo per «mitigare» gli effetti negativi. Secondo Goodland, la valutazione d'impatto ambientale (Via) svolta da Entrix per conto del Consorzio è per l'appunto piena di giustificazioni a posteriori per decisioni già prese - come quella di far passare il tracciato nella riserva protetta di Mindo Nabillo (che secondo le definizioni della Banca monbdiale rientra nella categoria di «ambiente naturale critico») e altre 7 zone protette di «alta biodiversità». Tra gli «impatti ambientali» del progetto, la Via commissionata dai costruttori aveva ignorato quello che a Goodland sembra un impatto significativo: l'oleodotto porterà a raddoppiare le aree dell'Amazzonia ecuadoriana aperte allo sfruttamento petrolifero. «Faciliterà l'apertura di altri 2,4 milioni di ettari di foresta amazzonica alla produzione di petrolio, terreni che saranno concessi alle aziende private nei blocchi 22, 25, 26, 29, 30, 32, 36», scrive l'esperto della Banca Mondiale - e aggiunge che la consultazione delle comunità locali andava avviata prima, non dopo l'approvazione della Via.

Ancora: Goodland ha raccolto notizie e testimonianze dirette di intimidazioni e uso della forza verso gruppi di abitanti lungo il tracciato dell'oleodotto, pressioni da parte dell'esercito semiprivato assoldato dal Consorzio per «convincerli» ad abbandonare le richieste di risarcimenti e favorire gli espropri. Già nel maggio 2002 un rapporto del Parlamento dell'Ecuador riferiva di maltrattamenti e abusi della polizia nei confronti delle comunità locali. La Campagna per la Riforma della Banca mondiale, da cui apprendiamo del rapporto Goodland, ne conclude che «è giunto per l'Eni e la Bnl il momento di fare una scelta: continuare a sostenere le violazioni degli accordi o rotorarsi, ammettendo il disastro Ocp».

 
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