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PETROLIO
I forzati del gasdotto birmano
MARINA FORTI,
2002.10.23
Il regime birmano è assai abile nel «cucinare» la propria immagine, «ma non fidatevi». Maung Maung, segretario generale della Federazione dei sindacati della Birmania, avverte: non è perché Aung San Suu kyi è finalmente libera dagli arresti domiciliari che la Birmania ha imboccato la strada della democrazia. Il regime militare resta soffocante, il controllo sociale e politico resta pervasivo, le violazioni dei diritti civili e democratici è sistematica, la libertà di associazione è negata. Il governo militare ha ricevuto con grandi sorrisi un rappresentante dell'Organizzazione internazionale del lavoro, ma non significa che gli standard minimi di tutela dei lavoratori ora siano rispettati: «La libertà sindacale non esiste, né la libertà di espressione politica», dice Maung - i sindacati birmani formalmente solo in esilio, a Bangkok o in Europa o negli Stati uniti. «Il lavoro forzato continua, e pure gli spostamenti massicci di popolazione per fare spazio a grandi opere - come il famigerato gasdotto costruito da due multinazionali petrolifere, l'americana Unocal e la francese Total». Già, il gasdotto. Nel 1993 il consorzio petrolifero californiano Unocal e l'azienda francese Total hanno formato un contratto con il governo di Yangoon per lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale nel mare delle Andamane, in acque birmane. L'affare comprendeva anche il trasporto del gas verso est, fino alla costa della Thailandia, attraverso una zona remota della Birmania meridionale. Una zona di foresta e di popolazioni rurali, per lo più minoranze etniche. Per costruire quel gasdotto bisognava aprire strade, tagliare alberi, e soprattutto «ripulire» la zona dalla sua popolazione umana. E così è avvenuto: «Nel `93 e `94 c'è stato un gran movimento di popolazione, comunità intere sono emigrate attraverso la frontiera in Thailandia per fuggire all'evacuazione forzata fatta dalle autorità», spiega Maung. Negli stessi anni, in zone contigue, migliaia di persone sono state uccise, decine di migliaia forzate a lasciare i propri villaggi per fare spazio vuoi a una riserva naturale, vuoi al gasdotto, altrettante costrette a lavorare alla costruzione di una ferrovia. Il segretario dei sindacati birmani parla di un totale di 150mila persone strappate ai propri villaggi, che significa anche private dei mezzi di sussistenza - i campi da coltivare e la foresta da cui estrarre frutti, o la costa del mare in cui pescare - e della propria dignità e vita sociale. «Io stesso ricordo di aver detto nel 1995 ai consiglieri legali di Unocal, a Boston, che se si imbarcavano in quell'affare si sarebbero resi complici di atroci violazioni dei diritti umani, perché i militari avrebbero aperto la strada al gasdotto spazzando via persone e villaggi senza risarcimenti, e messo a lavorare a forza quanti servivano. Unocal sapeva bene in cosa si stava mettendo», dice Maung.
Il gasdotto è ormai ultimato. E però il caso di Unocal è approdato nei tribunali degli Stati uniti. Nel `96 la Federazione sindacale birmana ha presentato una denuncia al tribunale federale di Los Angeles contro le due aziende petrolifere, a nome di un gruppo di birmani evacuati a forza dai loro villaggi: le accusano di complicità nell'uso di lavoro forzato nella costruzione del gasdotto. La causa è sostenuta dal Labour Rights Fund (Fondo per i diritti del lavoro), un'organizzazione per i diritti umani che in America è promotrice di altre cause legali del genere. Tra eccezioni legali e preliminari (la citazione verso Total, essendo francese, non è stata ammessa), siamo arrivati a oggi: in settembre la corte d'appello ha ritenuto che Unocal può essere chiamata a rispondere di atti commessi fuori dal territorio degli Stati uniti. Il processo si aprirà in febbraio, una corte federale dovrà stabilire se Unocal sapeva che per la costruzione del gasdotto avrebbe utilizzato lavoro forzato. In gioco ci sono decine di milioni di dollari in risarcimenti. Ma soprattutto c'è il principio: un'azienda multinazionale può lavarsi le mani di atrocità e violazioni dei diritti umani, sociali, del lavoro - di cui però raccoglie i vantaggi?
Il gasdotto è ormai ultimato. E però il caso di Unocal è approdato nei tribunali degli Stati uniti. Nel `96 la Federazione sindacale birmana ha presentato una denuncia al tribunale federale di Los Angeles contro le due aziende petrolifere, a nome di un gruppo di birmani evacuati a forza dai loro villaggi: le accusano di complicità nell'uso di lavoro forzato nella costruzione del gasdotto. La causa è sostenuta dal Labour Rights Fund (Fondo per i diritti del lavoro), un'organizzazione per i diritti umani che in America è promotrice di altre cause legali del genere. Tra eccezioni legali e preliminari (la citazione verso Total, essendo francese, non è stata ammessa), siamo arrivati a oggi: in settembre la corte d'appello ha ritenuto che Unocal può essere chiamata a rispondere di atti commessi fuori dal territorio degli Stati uniti. Il processo si aprirà in febbraio, una corte federale dovrà stabilire se Unocal sapeva che per la costruzione del gasdotto avrebbe utilizzato lavoro forzato. In gioco ci sono decine di milioni di dollari in risarcimenti. Ma soprattutto c'è il principio: un'azienda multinazionale può lavarsi le mani di atrocità e violazioni dei diritti umani, sociali, del lavoro - di cui però raccoglie i vantaggi?





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