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AGRICOLTURA
Ogm, anche la Cina rallenta
MARINA FORTI,
2002.10.29
La Cina non è più la terra promessa dell'industria mondiale delle sementi transgeniche. Una serie di segnali lanciati negli ultimi mesi parlano chiaro. L'estate scorsa, nuove norme hanno imposto di etichettare i prodotti alimentari che contengono ingredienti geneticamente modificati: una corrispondenza del New York Times dice che per ora pochi si sono adeguati, in compenso però molti prodotti ora portano scritto in evidenza che non contengono Ogm. Segno che i consumatori cinesi, come quelli di tutto il mondo, ne diffidano. L'atteggiamento pubblico è riflesso in quello delle autorità, che negli ultimi mesi hanno bloccato la diffusione di varietà transgeniche cinesi - riso, soia, diversi ortaggi, tabacco - e introdotto controlli di sicurezza e etichettatura su prodotti importati. Il piano di coltivare su larga scala un mais modificato è stato cancellato. La novità è di rilievo, perché Pechino si era buttata con grande entusiasmo nella nuova filiera. La Cina è stata l'unico paese in via di sviluppo a entrare nel Progetto genoma umano, il lavoro internazionale di mappatura del Dna umano. In quel caso puntava soprattutto a un riconoscimento internazionale della ricerca scientifica cinese. Modificare i geni delle piante a uso agricolo doveva invece aiutare a risolvere il problema strategico più assillante per i dirigenti cinesi: come aumentare la produzione alimentare in regime di crescente scarsità di terra e d'acqua. Per sviluppare la ricerca in questo settore Pechino ha fatto una deroga ai suoi principi in materia di proprietà straniera concesso anni fa una grande estensione di terreno a una società statunitense, la China Continental Inc, in cambio dell'aiuto a costruire un centro di ricerca genetica in Mongolia interiore. Una ricerca dell'Università della California (citata dal NYT) stima che la Cina abbia investito all'incirca 100 milioni di dollari all'anno per sviluppare varietà di piante transgeniche. Circa 140 varietà ottenute nei laboratori cinesi sono ormai registrate. Una sola però è coltivata su larga scala: il cotone modificato per produtte la tossina del bacillus thurigensis (Bt), che lo rende resistente al parassita chiamato bolla del cotone - che in Cina aveva fatto disastri, con ceppi ormai resistenti ai normali pesticidi che gli agricoltori spargevano in dosi sempre più massicce... E però la storia del cotone Bt dice che la Cina stava diventando soprattutto un gigantesco mercato per le ditte straniere di sementi Ogm. Nel `97 Pechino aveva autorizzato Monsanto, multinazionale Usa, a produrre il suo cotone Bt in joint venture con ditte cinesi. La diffusione è stata velocissima: nel 2001 il cotone Bt cresceva su 1,5 milioni di ettari, ovvero il 35% dell'area coltivata a cotone in Cina. Di questo, il 90% è il Bollgard della Monsanto, solo il 10% sementi cinesi.
Cosa ha suggerito a Pechino di rallentare? Le nuove norme di sicurezza erano indispensabili: fino a pochi mesi fa le procedure per autorizzare la coltivazione di specie modificate erano rapidissime e sommarie. I maligni dicono che le nuove norme sono barriere commerciali sotto altro nome. Leggiamo sul New York Times che i farmers americani sono delusissimi: speravano che l'ingresso della Cina nell'Organizzazione mondiale del commercio, all'inizio di quest'anno, avrebbe aperto loro un nuovo mercato. Invece, l'export di soia americana alla Cina (circa 1 miliardi di dollari all'anno fino all'anno scorso) è diminuita del 23% nei primi nove mesi del 2002 rispetto allo stesso periodo del 2001. Ma il desiderio di proteggere la produzione interna, se è questo il caso, non è tutto. C'è il timore di danneggiare le proprie esportazioni: i mercati europei, giapponese etc preferiscono prodotti non transgenici, e comunque ben separati ed etichettati. Non solo. Un'indagine condotta dall'Università di Nanjing nei campi di cotone Bt, diffusa in giugno, ha dimostrato che il parassita della «bolla» evolve con rapidità tale che già alla terza o quarta generazione quel cotone non è affatto immune. Così, poco a poco, anche in Cina si è insinuato il dubbio che il rischio dell'agricoltura transgenica sia troppo alto, e il beneficio troppo aleatorio.
Cosa ha suggerito a Pechino di rallentare? Le nuove norme di sicurezza erano indispensabili: fino a pochi mesi fa le procedure per autorizzare la coltivazione di specie modificate erano rapidissime e sommarie. I maligni dicono che le nuove norme sono barriere commerciali sotto altro nome. Leggiamo sul New York Times che i farmers americani sono delusissimi: speravano che l'ingresso della Cina nell'Organizzazione mondiale del commercio, all'inizio di quest'anno, avrebbe aperto loro un nuovo mercato. Invece, l'export di soia americana alla Cina (circa 1 miliardi di dollari all'anno fino all'anno scorso) è diminuita del 23% nei primi nove mesi del 2002 rispetto allo stesso periodo del 2001. Ma il desiderio di proteggere la produzione interna, se è questo il caso, non è tutto. C'è il timore di danneggiare le proprie esportazioni: i mercati europei, giapponese etc preferiscono prodotti non transgenici, e comunque ben separati ed etichettati. Non solo. Un'indagine condotta dall'Università di Nanjing nei campi di cotone Bt, diffusa in giugno, ha dimostrato che il parassita della «bolla» evolve con rapidità tale che già alla terza o quarta generazione quel cotone non è affatto immune. Così, poco a poco, anche in Cina si è insinuato il dubbio che il rischio dell'agricoltura transgenica sia troppo alto, e il beneficio troppo aleatorio.





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