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ENERGIA, SVILUPPO
Grandi dighe e sviluppo «pulito»
MARINA FORTI,
2002.10.30
Immaginate una grande diga in costruzione da qualche parte del mondo - ce ne sono decine. Questa diga, in un paese in via di sviluppo, è probabilmente costruita da una o più ditte consorziate, europee o americane, a volte giapponesi, che hanno ottenuto garanzie dalle agenzie di credito all'esportazione dei rispettivi paesi. Spesso hanno anche crediti della Banca mondiale. Ora, immaginate che il costruttore presenti il progetto della sua diga a un organismo sponsorizzato dalle Nazioni unite, e ottenga la patente di «investimento pulito» perché fa «rispamiare» emissioni di gas «di serra»... E' proprio quello che potrebbe succedere. Tutto sta a come si interpretano i molti «meccanismi di flessibilità» contenuti nel Protocollo di Kyoto sul clima, che impegna 37 paesi industrializzati o dell'est europeo a tagliare le loro emissioni di gas di serra del 5,2% in media rispetto al livello del 1990 entro il periodo 2008-2012 (i firmatari erano 39, ma poi Stati uniti e Australia si sono tirati indietro...). Un meccanismo di «flessibilità» è quello che autorizza i 37 paesi a finanziare investimenti in paesi in via di sviluppo, e contare a proprio credito le emissioni «risparmiate» (ad esempio, producendo energia con fonti rinnovabili invece che la stessa quantità di energia con petrolio o carbone). Si chiamano «meccanismi di sviluppo pulito» (Clean development mechanism, Cdm). Nell'ultimo anno 30 progetti di investimento hanno chiesto di essere certificati o sono già stati valutati come Cdm. Due organizzazioni ambientaliste sono andate a guardare di che si tratta: e hanno trovato che 7 su 30 sono grandi dighe (si definiscono «grandi» le dighe con capacità installata per generare 10 o più megawatt di elettricità) e 18 sono progetti di energie rinnovabili (comprese le piccole dighe). Se però si guarda ai «crediti» di emissione generati, le grandi dighe ne fanno il 38%, le rinovabili il 27%. Insomma: le grandi dighe rischiano di monopolizzare un meccanismo che in teoria doveva trasferire tecnologie pulite nei paesi in via di sviluppo. «Le grandi dighe minacciano l'efficacia e la credibilità dei Meccanismi di sviluppo pulito», affermano International River Network, rete di gruppi per la difesa dei fiumi, e Cdm Watch - gruppo nato per monitorare appunto l'uso dei Clean development mechanism.
In un rapporto diffuso qualche giorno fa a New Delhi, dove è in corso una nuova conferenza dei paesi firmatari della Convenzione sul clima, le due organizzazioni fanno notare che quelle 7 dighe erano già in costruzione o in fase avanzata di progetto quando hanno chiesto la patente di Cdm, dunque sarebbero state costruite lo stesso: se potranno vendere «crediti» di emissioni sarà un regalo in più per i costruttori, ma il paese in via di sviluppo in questione non ne riceverà nessun beneficio, nessuna nuova tecnologia o investimento. Due enti stanno valutando quei progetti. Uno è il Prototype Carbon Fund (Pcf) gestito dalla Banca mondiale; l'altro si chiama Senter Internationaal, è del governo olandese. Sono agenzie di internediazione: acquistano crediti da progetti di «sviluppo pulito» per poi rivenderli ai governi o aziende private. Il Pcf ha firmato a tutt'oggi 7 accordi di acquisto di crediti; Senter ne sta valutando 19, in particolare generati da grandi dighe. Tra queste c'è ad esempio la diga di Bujagali in Uganda, presentata a Senter nell'agosto 2002 (ma il progetto è stato avviato 8 anni fa). Dicono le due organizzazioni ambientaliste: non si può accreditare come «sviluppo sostenibile» opere che provocanoimpatto ambientale e umano così grande, suscitando tra l'altro conflitti sociali. Senza contare che i costruttori gonfiano i loro potenziali crediti presentando valutazioni irrealistiche su quante emissioni farebbero le centrali tradizionali al posto di quelle idroelettriche. Secondo International Rivers Network e Cdm Watch, se si permette che le grandi dighe passino per «sviluppo pulito» il danno sarà enorme: primo, regaleremo una ulteriore sovvenzione ai costruttori di grandi dighe; secondo forniremo ai paesi industrializzati una bella scappatoia per evitare ditagliare davvero le proprie emissioni di gas di serra.
In un rapporto diffuso qualche giorno fa a New Delhi, dove è in corso una nuova conferenza dei paesi firmatari della Convenzione sul clima, le due organizzazioni fanno notare che quelle 7 dighe erano già in costruzione o in fase avanzata di progetto quando hanno chiesto la patente di Cdm, dunque sarebbero state costruite lo stesso: se potranno vendere «crediti» di emissioni sarà un regalo in più per i costruttori, ma il paese in via di sviluppo in questione non ne riceverà nessun beneficio, nessuna nuova tecnologia o investimento. Due enti stanno valutando quei progetti. Uno è il Prototype Carbon Fund (Pcf) gestito dalla Banca mondiale; l'altro si chiama Senter Internationaal, è del governo olandese. Sono agenzie di internediazione: acquistano crediti da progetti di «sviluppo pulito» per poi rivenderli ai governi o aziende private. Il Pcf ha firmato a tutt'oggi 7 accordi di acquisto di crediti; Senter ne sta valutando 19, in particolare generati da grandi dighe. Tra queste c'è ad esempio la diga di Bujagali in Uganda, presentata a Senter nell'agosto 2002 (ma il progetto è stato avviato 8 anni fa). Dicono le due organizzazioni ambientaliste: non si può accreditare come «sviluppo sostenibile» opere che provocanoimpatto ambientale e umano così grande, suscitando tra l'altro conflitti sociali. Senza contare che i costruttori gonfiano i loro potenziali crediti presentando valutazioni irrealistiche su quante emissioni farebbero le centrali tradizionali al posto di quelle idroelettriche. Secondo International Rivers Network e Cdm Watch, se si permette che le grandi dighe passino per «sviluppo pulito» il danno sarà enorme: primo, regaleremo una ulteriore sovvenzione ai costruttori di grandi dighe; secondo forniremo ai paesi industrializzati una bella scappatoia per evitare ditagliare davvero le proprie emissioni di gas di serra.




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