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COMMERCIO
Il diamante «certificato»
MARINA FORTI ,
2002.11.07
E' uno dei grandi business mondiali: il commercio al dettaglio dei diamanti vale circa 30 miliardi di dollari all'anno. Il viaggio di un diamante dal fango delle miniere allo scintillìo delle gioiellerie però è lungo, e spesso anche sanguinoso... Molti paesi produttori - in Africa in particolare - sono attraversati da ribellioni armate e guerre interne: i diamanti diventano allora la risorsa che finanzia eserciti e movimenti ribelli, alimenta contrabbandi e corruzione, nutre ribellioni, ingrassa trafficanti. Hanno finanziato armi e guerre in Angola, Liberia, Sierra leone, Repubblica democratica del Congo. Sono infine diventati un problema politico, sollevato denunce di organizzazioni per i diritti umani, suscitato l'attenzione delle Nazioni unite - e costretto produttori e commercianti a ritenersi in qualche modo responsabili. Così un paio di giorni fa a Interlaken, in Svizzera, una conferenza dei paesi produttori e che commerciano in diamanti ha raggiunto un accordo per istituire un meccanismo di certificazione dell'origine delle gemme che dovrebbe impedire ai «diamanti insanguinati» di entrare sul mercato. E' la conclusione di un negoziato durato due anni, detto «Processo di Kimberley» - dal nome della città mineraria in Sudafrica dove nel maggio 2000 erano cominciati i colloqui tra i rappresentanti di una cinquantina di paesi coinvolti nella produzione, vendita o lavorazione dei diamanti grezzi. Si tratta di un sistema di certificazione dell'origine: «La certificazione sarà riconosciuta dalle Nazioni unite e sarà un vincolo per chiunque coinvolto nel commercio dei diamanti, da chi li produce e vende a chi li importa, a chi li lavora», ha annunciato il ministro sudafricano per le risorse minerarie e l'energia Phumzile Mlambo-Ngcuka.

Dal 1 gennaio del 2003 dunque ogni diamante grezzo dovrà essere accompagnato da un certificato di origine. Un compratore che acquisti un diamante senza certificato sarà in qualche modo un ricettatore di merce illegale. I paesi che non firmano l'accordo di Interlaken non potranno ufficialmente e legalmente commerciare in diamanti. I diamantieri di Anversa - un mercato che è sempre stato fondato sulla fiducia nella parola data - dovranno attenersi alla regola ed essere pronti a certificare ciò che comprano e vendono. «Il certificato ci permetterà di garantire ai consumatori che non stanno acquistando un diamante che è servito a finanziare armi», ha commentato il ministro svizzero dell'economia Pascal Couchepin. Lo stesso ministro però ha ammesso che non sarà una garanzia assoluta. Tutt'altro.

Il punto è che il sistema di certificazione è affidato ai singoli stati, e nei singoli paesi il certificato resta basato sulla fiducia. «Stiamo negoziando tra governi sovrani e dobbiamo fidarci di questi governi», ha detto Couchepin: «Se poi un governo imbroglia, sarà l'opinione pubblica a punirlo». Il ministro stava in qualche modo rispondendo alle obiezioni sollevate da molti osservatori. «Le organizzazioni non governative sono profondamente preoccupate perché ancora non c'è un sistema di monitoraggio regolare e indipendente sui sistemi di controllo nazionali», dicono in un comunicato comune organizzazioni come Amnesty International, Global Witness e altre, che hanno seguito tutto il processo negoziale fino all'ultima conferenza a Interlaken. Secondo Global Witness, il 20% del commercio di diamanti riguarda pietre «illecite». Resta ampio spazio per abusi, dicono, anche perché il sistema della certificazione non copre i diamanti lavorati. E poi, come garantire che diamanti grezzi estratti in zone di guerra siano contrabbanda in paesi vicini non colpiti da bando e «ripuliti» - come è successo per anni con la Liberia, paese in cui organizzazioni ribelli controllano le zone di produzione di diamanti, e che è colpita da un bando delle Nazioni unite perché è stata la via di smercio dei diamanti contrabbandati dai ribelli dalla Sierra Leone...

 
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