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PETROLIO
Bp abbandona la «lobby» dell'Artico
MARINA FORTI
,
2002.11.30
I pozzi petroliferi in una riserva naturale non sono certo una bella immagine, per un'azienda che tiene a mostrarsi come «attenta all'ambiente». E l'immagine pubblica è qualcosa a cui aziende grandi e potenti tengono molto di questi tempi. In breve: British Petroleum ha deciso di tirarsi fuori dal gruppo di pressione delle aziende del settore petrolifero a favore dell'apertura di una grande riserva naturale in Alaska. Bp non ha dato motivazioni precise a spiegare perché lascia Arctic power, il gruppo di lobby, se non che intende tagliare i costi delle sue operazioni in Alaska, lasciar perdere costose esplorazioni in zone nuove, o «di frontiera», e concentrarsi invece sull'ammpliamento di siti già attivi (continuerà a investire 500 milioni di dollari allanno in Alaska). Il fatto è che Arctic power ha come ragion d'essere la campagna per avviare l'estrazione di petrolio nel Arctic National Wildlife Refuge, zona protetta affacciata sull'oceano Artico, oltre il circolo polare considerata di vitale importanza per un ecosistema estremo come quella pianura artica. Aumentare la produzione petrolifera nazionale è stato uno dei primi obiettivi enunciati dall'amministrazione Bush - che dipingeva in modo drammatico la dipendenza americana dal petrolio importato per giustificare nuove prospezioni ovunque possibile, dal Golfo del Messico alle tundre artiche, riserve naturali comprese: una questione di «sicurezza nazionale» - anche se questi nuovi campi non saranno produttivi per almeno altri sette anni, e per di più lo stesso Dipartimento dell'Energia prevede che nei prossimi 20 anni crescerà del 25 per cento l'import di petrolio negli Usa dal Medio oriente e dalla regione del mar Caspio.
Il progetto di aprire anche la Arctic National Wildlife Refuge ai pozzi petroliferi ha suscitato opposizioni furiose da parte di organizzazioni ambientaliste e deputati dell'opposizione democratica. Le operazioni petrolifere riguarderebbero solo una piccola porzione dell'area protetta, minimizzano i sostenitori del progetto - quella piccola area però è la più delicata dal punto di vista ambientale, incrocio di habitat unico, punto di passaggio di caribù, lupi, orso polare, una rara trota, l'oca delle nevi e altri 130 specie di uccelli migratori, ribattono gli ambientalisti. L'amministrazione Bush si è fatta un punto d'onore di scavare pozzi in quel Rifugio artico, costi quel che costi. Le aziende petrolifere invece si sono sempre tenute a parte dal dibattito pubblico, preferendo un più discreto lavoro di lobby. Bp è presente in Alaska da quando vi si estrae petrolio, ed è tra le maggiori aziende attive nel grande stato nordico. Ora minimizza il suo ruolo in Arctic power, dice che i 50mila dollari annuali della sua quota erano solo una piccolezza e il suo coinvolgimento attivo era minimo. Tanto «minimo» non doveva essere: un articolo del New York Times fa notare che Bp ha ospitato delegazioni di deputati e giornalisti da Washington in visita in quelle pianure costiere dell'Alaska. Del resto la multinazionale britannica è stata una delle due aziende a scavare pozzi di esplorazione in quella zona già vent'anni fa.
Già: quanto petrolio c'è sotto quelle tundre? Secondo l'amministrazione e i sostenitori dell'apertura si tratta di un giacimento di 16 miliardi di barili di greggio, una quantità enorme in termini industriali. Uno studio del Geological Survey degli Stati uniti stima in realtà che circa 3,2 miliardi di barili siano estraibili a un costo che permetta di mantenere quel greggio entro i 20 dollari per barile. Dunque il bilancio costi e benefici sarebbe poco interessante, il rischio finanziario elevato. Se si aggiunge la questione di immagine - Bp ha investito in campagne pubblicitarie «verdi», con cieli limpiti e foreste rigogliose - la decisione di tirarsi indietro si capisce bene. Un portavoce dell'azienda ha precisato che non c'è nessun giudizio implicito sull'opportunità di scavare pozzi in quella zona polare: semplicemente «non desideriamo essere coinvolti nel dibattito».
Il progetto di aprire anche la Arctic National Wildlife Refuge ai pozzi petroliferi ha suscitato opposizioni furiose da parte di organizzazioni ambientaliste e deputati dell'opposizione democratica. Le operazioni petrolifere riguarderebbero solo una piccola porzione dell'area protetta, minimizzano i sostenitori del progetto - quella piccola area però è la più delicata dal punto di vista ambientale, incrocio di habitat unico, punto di passaggio di caribù, lupi, orso polare, una rara trota, l'oca delle nevi e altri 130 specie di uccelli migratori, ribattono gli ambientalisti. L'amministrazione Bush si è fatta un punto d'onore di scavare pozzi in quel Rifugio artico, costi quel che costi. Le aziende petrolifere invece si sono sempre tenute a parte dal dibattito pubblico, preferendo un più discreto lavoro di lobby. Bp è presente in Alaska da quando vi si estrae petrolio, ed è tra le maggiori aziende attive nel grande stato nordico. Ora minimizza il suo ruolo in Arctic power, dice che i 50mila dollari annuali della sua quota erano solo una piccolezza e il suo coinvolgimento attivo era minimo. Tanto «minimo» non doveva essere: un articolo del New York Times fa notare che Bp ha ospitato delegazioni di deputati e giornalisti da Washington in visita in quelle pianure costiere dell'Alaska. Del resto la multinazionale britannica è stata una delle due aziende a scavare pozzi di esplorazione in quella zona già vent'anni fa.
Già: quanto petrolio c'è sotto quelle tundre? Secondo l'amministrazione e i sostenitori dell'apertura si tratta di un giacimento di 16 miliardi di barili di greggio, una quantità enorme in termini industriali. Uno studio del Geological Survey degli Stati uniti stima in realtà che circa 3,2 miliardi di barili siano estraibili a un costo che permetta di mantenere quel greggio entro i 20 dollari per barile. Dunque il bilancio costi e benefici sarebbe poco interessante, il rischio finanziario elevato. Se si aggiunge la questione di immagine - Bp ha investito in campagne pubblicitarie «verdi», con cieli limpiti e foreste rigogliose - la decisione di tirarsi indietro si capisce bene. Un portavoce dell'azienda ha precisato che non c'è nessun giudizio implicito sull'opportunità di scavare pozzi in quella zona polare: semplicemente «non desideriamo essere coinvolti nel dibattito».




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