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COMMERCIO
I villaggi assetati dalla Coca Cola
MARINELLA CORREGGIA ,
2003.01.21
«Vengono da fuori, rubano la nostra acqua, la filtrano e ce la rivendono a caro prezzo. A che serve una fabbrica così?». Phulwanti Mhase ha una baracchetta dove vende chai (tè indiano) nel villaggio di Kudus, distretto di Thane, stato del Maharashtra. A poca distanza, nella zona Wada, c'è la grande fabbrica della Hindustan Coca Cola Company, affiliata della casa di Atlanta. La signora Phulwanti vende quel che può, anche le bibite multinazionali e l'acqua Kinley, prodotta dalla Coca Cola, ma «nessuno di qui le compra, costano quanto otto ore di paga di una bracciante». La fabbrica della Coca Cola preleva l'acqua dal fiume Vaitarna, dotato di un piccolo bacino - lo costruì anni fa il Dipartimento statale per l'irrigazione - che ha sempre evitato la penuria d'acqua ai villaggi di Kudus, Jamghar, Nehroli e Gandhre. Finché alla Company non è stato dato il permesso di prelevare 300.000 litri al giorno, in una zona in cui il consumo medio di acqua per abitante è inferiore a 40 litri al giorno. Da allora sono iniziate le disgrazie, spiega l'opuscolo Jo Coca Cola Chahe, ho Jaye!, «quel che vuole Coca Cola certo accade»: redatto dall'Aidwa (All India Democratic Women's Association, movimento che conta 6 milioni di iscritte), spiega che l'acqua arriva alla fabbrica attraverso una conduttura di 14 chilometri, sorvegliata dal guardiano Ekhant Wanga che per misere 1.200 rupie (25 euro) deve impedire alle donne dei villaggi di attingere all'acqua. Curioso, Ekhnat è dipendente del Dipartimento per l'irrigazione anche se lavora per la Coca Cola.

La vita dei villaggi è stata sconvolta. Le donne erano solite prelevare l'acqua da bere dal bacino della diga e lavare stoviglie e abiti a valle, nel fiume. L'acqua serviva anche a irrigare orti per l'autoconsumo. Ora l'acqua da bere viene attinta in pozzetti scavati ai lati del fiume, e l'operazione richiede lunghe ore. L'acqua per irrigare le verdure non si può più prelevare. Quanto al bucato, le donne vanno negli stagni che hanno preso il posto del piccolo fiume, visto che l'acqua è stata deviata verso la fabbrica. Le donne si lamentano: «L'acqua era nostra. Come può il governo decidere di venderla senza chiederci il permesso?». Le comunità locali - contadini e adivasi, i tribali dell'India - hanno fatto strenua opposizione alla posa della conduttura, che ha richiesto mesi. Il governo e l'azienda hanno avuto la meglio grazie a una tattica mista. Bhaskar Gotarne intendeva negare il passaggio dei tubi sul proprio campo: un giorno è stato fermato ed è rimasto in prigione finché il lavoro sul suo terreno è stato completato. Il bastone e la carota: alla popolazione locale è stato promesso che avrebbe avuto un piccolo acquedotto e altri servizi, dalla luce al centro di salute. Ma il denaro dato ai panchayat (consigli di villaggio) non è bastato. Il Dipartimento per l'irrigazione non ha usato le royalties per migliorare la locale infrastruttura idrica, e d'altra parte la Coca Cola paga un prezzo irrisorio per quell'acqua: l'equivalente di 5 euro ogni 10.000 litri. Poi rivende bibite e acqua filtrata tra 12 e 15 rupie al litro, ovvero 5.000 volte di più!

La Coca Cola ha una storia travagliata in India. Come altre aziende occidentali - dalle bibite ai computers - fu buttata fuori dal paese nel 1977, quando una legge sugli investimenti stranieri aveva imposto che il controllo delle società fosse indiano. Solo nel 1993 è tornata sul suolo indiano e in fretta si è creata un ampio mercato, da un lato acquistando 22 marchi di bibite locali, dall'altro imponendo prezzi bassi, almeno per gli oltre 250 milioni di indiani middle class. Fino a espandersi alla nuova frontiera: le bottiglie di acqua filtrata.

L'area di Wada, prevalentemente tribale, è dal 1983 una D-zone, zona di sviluppo, dove le industrie sono incoraggiate a insediarsi. Hindustan Coca Cola anni fa comprò la terra per il suo stabilimento da diverse famiglie locali a poco prezzo, con la promessa di lavoro per tutti. Il lavoro però non è arrivato: l'impianto è capital intensive, e i 500 lavoratori e impiegati non vengono dalla zona perché, ha spiegato la dirigenza, «i locali non avevano le competenze richieste». Né lavoro, né acqua.

 
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