terra terra
ALIMENTAZIONE
La guerra all'acqua dell'Iraq
MARINA FORTI
,
2003.03.12
La guerra all'Iraq sarà anche una guerra all'acqua: la risorsa più scarsa e preziosa di tutto il Medio oriente. Più dei black-out di energia, più del rischio di sversamenti di greggio e di incendi nei pozzi di petrolio, o dell'eventuale contaminazione chimica e biologica, la guerra minaccia le limitate riserve d'acqua dolce irachene - e allo stesso tempo ne fa un'arma della guerra stessa. In primo luogo, le infrastrutture idriche saranno verosimilmente un target militare, come nella prima guerra del Golfo: canali, dighe, depuratori, impianti di desalinizzazione. Nel `91 i bombardamenti avevano colpito otto dighe, distruggendo sistemi di controllo delle piene, sistemi di irrigazione, centrali di trattamento di scarichi industriali e municipali, centrali idroelettriche. Molte centraline di pompaggio sono state colpite e impianti di trattamento delle fogne distrutti. Ora le anticipazioni dei piani di guerra «sparate» dalle fonti più vicine al Pentagono parlano di nuovo di distruggere le dighe.
L'International Rivers Network, rete per i diritti umani e la protezione dei fiumi, ha interpellato alcuni esperti e messo insieme un quadro essenziale. Fa notare che a seguito della prima guerra del Golfo il sistema di distribuzione di acqua potabile in Iraq è stato condannato a inesorabile declino, per stessa ammissione del governo Usa: un documento della Defence Intelligence Agency degli Stati uniti ammetteva già nel `91 che a meno di esentare le forniture destinate al trattamento delle acque dalle sanzioni decretate dall'Onu, per motivi umanitari, la capacità di potabilizzare l'acqua avrebbe sofferto fino a degradarsi del tutto («Iraq Water Treatment Vulnerabilities», 22 gennaio 1991). Così è avvenuto, e la conseguenza è un tasso di mortalità infantile tra i più alti al mondo, con 7 casi di morte infantile su 10 dovuti a diarrea, febbri tifoidi e infezioni respiratorie acute legate all'acqua contaminata e alla malnutrizione. L'Iraq aveva un'infrastruttura svilupata, gran parte delle abitazioni urbane ha acqua corrente: ma per il 65% non è trattata, cioè non è potabile (il dato è di Oxfam, gennaio 2003). Anche dove sono integri, centrali di pompaggio e impianti di depurazione sono vanificati dalla mancanza di energia e i frequenti blackout (il meccanismo è decritto da Milan Rai in Dieci ragioni contro la guerra, Einaudi). Secondo l'Unicef, gran parte degli impianti di trattamento idrico ha generatori propri, ma il 70% non funziona.
A questo si aggiungano i problemi più generali di tutta la regione. L'Iraq soffre della più grave e prolungata siccità della storia recente: secondo l'Unpd (il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo) la siccità ha danneggiato il 70% della terra arabile. Inoltre il 75% del territorio iracheno è toccato dalla salinizzazione, prima causa di desertificazione del paese (Undp, 2003). Poi c'è il prosciugamento delle grandi paludi formate dal Tigri e dall'Eufrate dove si incontrano per formare lo Shatt el-Arab: nei primi anni `60 coprivano tra 15 e 20mila chilometri quadrati (tra Iraq e Iran), ora sono tra 1.500 e 2.000 kmq (lo rivelava nel giugno 2001 l'Unep, Programma Onu per l'ambiente). Le paludi sono scomparse perché dagli anni `70 è aumentato il prelievo d'acqua daTigri e Eufrate, fiumi tra i più sfruttati al mondo, tagliati da una trentina di dighe (nel caso dell'Eufratea partire dalla Turchia). Poi per i lavori di drenaggio ordinati dal governo iracheno negli anni `80 (durante la guerra con l'Iran le paludi di frontiera furono teatro di battaglie sanguinose, e di una feroce repressione delle tribù locali), e poi in modo intensivo negli anni `90, dopo la guerra del Golfo, per alimentare irrigazione e acquedotti (e completare il controllo: oggi circa mezzo milione di «arabi delle paludi», i più antichi abitanti della Mesopotamia, vivono nei campi profughi in Iran e altri sono sparsi in Iraq). La perdita delle paludi è una minaccia alla sostenibilità del'agricoltura. Una nuova guerra aggraverà tutto questo, e alimenterà conflitti latenti: già le relazioni tra paesi rivieraschi sono tese, la competizione tra Turchia, siria e Iraq per le acque dell'Eufrate è annosa. La guerra genera conflitti.
L'International Rivers Network, rete per i diritti umani e la protezione dei fiumi, ha interpellato alcuni esperti e messo insieme un quadro essenziale. Fa notare che a seguito della prima guerra del Golfo il sistema di distribuzione di acqua potabile in Iraq è stato condannato a inesorabile declino, per stessa ammissione del governo Usa: un documento della Defence Intelligence Agency degli Stati uniti ammetteva già nel `91 che a meno di esentare le forniture destinate al trattamento delle acque dalle sanzioni decretate dall'Onu, per motivi umanitari, la capacità di potabilizzare l'acqua avrebbe sofferto fino a degradarsi del tutto («Iraq Water Treatment Vulnerabilities», 22 gennaio 1991). Così è avvenuto, e la conseguenza è un tasso di mortalità infantile tra i più alti al mondo, con 7 casi di morte infantile su 10 dovuti a diarrea, febbri tifoidi e infezioni respiratorie acute legate all'acqua contaminata e alla malnutrizione. L'Iraq aveva un'infrastruttura svilupata, gran parte delle abitazioni urbane ha acqua corrente: ma per il 65% non è trattata, cioè non è potabile (il dato è di Oxfam, gennaio 2003). Anche dove sono integri, centrali di pompaggio e impianti di depurazione sono vanificati dalla mancanza di energia e i frequenti blackout (il meccanismo è decritto da Milan Rai in Dieci ragioni contro la guerra, Einaudi). Secondo l'Unicef, gran parte degli impianti di trattamento idrico ha generatori propri, ma il 70% non funziona.
A questo si aggiungano i problemi più generali di tutta la regione. L'Iraq soffre della più grave e prolungata siccità della storia recente: secondo l'Unpd (il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo) la siccità ha danneggiato il 70% della terra arabile. Inoltre il 75% del territorio iracheno è toccato dalla salinizzazione, prima causa di desertificazione del paese (Undp, 2003). Poi c'è il prosciugamento delle grandi paludi formate dal Tigri e dall'Eufrate dove si incontrano per formare lo Shatt el-Arab: nei primi anni `60 coprivano tra 15 e 20mila chilometri quadrati (tra Iraq e Iran), ora sono tra 1.500 e 2.000 kmq (lo rivelava nel giugno 2001 l'Unep, Programma Onu per l'ambiente). Le paludi sono scomparse perché dagli anni `70 è aumentato il prelievo d'acqua daTigri e Eufrate, fiumi tra i più sfruttati al mondo, tagliati da una trentina di dighe (nel caso dell'Eufratea partire dalla Turchia). Poi per i lavori di drenaggio ordinati dal governo iracheno negli anni `80 (durante la guerra con l'Iran le paludi di frontiera furono teatro di battaglie sanguinose, e di una feroce repressione delle tribù locali), e poi in modo intensivo negli anni `90, dopo la guerra del Golfo, per alimentare irrigazione e acquedotti (e completare il controllo: oggi circa mezzo milione di «arabi delle paludi», i più antichi abitanti della Mesopotamia, vivono nei campi profughi in Iran e altri sono sparsi in Iraq). La perdita delle paludi è una minaccia alla sostenibilità del'agricoltura. Una nuova guerra aggraverà tutto questo, e alimenterà conflitti latenti: già le relazioni tra paesi rivieraschi sono tese, la competizione tra Turchia, siria e Iraq per le acque dell'Eufrate è annosa. La guerra genera conflitti.




• 