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ANIMALI
La scomparsa dei pesci predatori
PAOLA DESAI,
2003.05.17
Per cinquant'anni, l'industria della pesca ha affinato le sue «armi». Flotte sempre più imponenti hanno raggiunto zone di mare sempre più aperte, al largo. Hanno rastrellatogli oceani con reti sempre più grandi, comprese quelle a strascico che spazzano i fondali. Hanno ripreso tecnologie come il sonar e i sistemi di posizionamento satellitari, per individuare i banchi di pesce e inseguirli, per buttare le reti a colpo sicuro. Il risultato è che oggi la popolazione di grandi pesci predatori, dai grandi marlin dell'Atlantico tropicale ai merluzzi dei mari settentrionali, sono ridotti del 90% rispetto a cinquant'anni fa. A dirlo è lo studio pubblicato giovedì dalla rivista scientifica Nature (www.nature.com), autori degli scienziati dell'Università Dalhousie di Halifax, in Nuova Scozia. Gli allarmi sul declino delle popolazioni di pesce non sono nuovi, questo è il primo studio complessivo e sistematico che misura gli effetti delle pesca industriale su tutti gli oceani del pianeta. Lo studio si basa su dati ripresi nell'ultimo decennio dalle flotte di pesca commerciale di tutto il mondo e da missioni di ricerca marittima. E' stato finanziato in gran parte dal Pew Charitable Trusts, una fondazione attiva in diversi settori della ricerca ambientale, ed è stato rivisto da esperti di altre istituzioni e anche dell'industria peschiera. Questo studio dipinge un quadro impressionante, di popolazioni di pesci strette d'assedio da navi da pesca sempre più grandi e sofisticate. «Con tanta tecnologia, i pesci non hanno chance», dice uno degli autori della ricerca, Ransom A. Myers (lui ha passato 10 anni a studiare i dati delle flotte giapponesi).
Lo studio pubblicato da Nature dice diverse cose, in gran parte note ma ora dimostrate nella loro dimensione globale. La prima è che a declinare non sono solo le varietà di pesce cercate a scopi commerciali - come il merluzzo, praticamente estinto nell'Atlantico settentrionale sul versante canadese al punto che la pesca là è finita, o come il tonno o il pescespada - ma anche pesci di scarso valore per l'industria, che però sono presi nelle grandi reti che non lasciano scampo - magari poi sono ributtati in mare, ormai morti. E' la storia dei delfini presi insieme ai tonni, ma lo stesso vale per moltissime altre varietà. Ancora: oltre a descrivere (con la statistica) lo stato delle diverse popolazioni ittiche, lo studio ne segue l'evoluzione nel corso dei 50 anni passati. Ovvero, oltre a rivelare lo stato del danno mostra il modello seguito: mappe di dati anno per anno mostrano come, via via che le flotte si ingrandiscono e raggiungono n uove zone di oceano, la pesca ha un boom, poi crolla. In ogni nuova zona di mare sfruttata, bastano dieci o 15 anni perché la popolazione ittica crolli. Così le grandi flotte hanno bisogno di trovare sempre nuove zone da aggredire: se tonno o pescespada sono abbondanti sui nostri mercati, tanto che il prezzo è relativamente basso, è perché le flotte sono andate a pescare sempre più lontano: ma ormai non ci sono molte nuove zone di mare da sfruttare. Questo significa che le popolazioni di pesce non hanno più respiro, non «santuari» liberi da pescatori dove riprodursi. E significa non solo crisi per la pesca mondiale, a breve. Molto di più: significa che l'intero equilibrio dell'ecosistema marino è minacciato.
Certo, alcune specie di recente hanno migliorato la propria situazione: il pescespada, ad esempio. Ma si tratta di aumenti molto esigui su popolazioni che restano l'ombre di com'erano cinquant'anni fa. Un altro degli autori dello studio, Boris Worm (affiliato alla Dalhousie presso l'Università di Kiel, Germania), ne conclude che «da tutto ciò che abbiamo studiato, finiremo con ecosistemi mano stabili, meno prevedibili, e forse meno ospitali». Fa notare però che gran parte delle specie marine oggi in declino è ancora possibile un recupero: il punto è volerlo. Gli autori dello studio sperano che la loro ricerca spingerà i governi a onorare la dichiarazione firmata l'estate scorsa al Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile a Johannesburg, che fa appello a restaurare gli stock di pesce entro il 2015.
Lo studio pubblicato da Nature dice diverse cose, in gran parte note ma ora dimostrate nella loro dimensione globale. La prima è che a declinare non sono solo le varietà di pesce cercate a scopi commerciali - come il merluzzo, praticamente estinto nell'Atlantico settentrionale sul versante canadese al punto che la pesca là è finita, o come il tonno o il pescespada - ma anche pesci di scarso valore per l'industria, che però sono presi nelle grandi reti che non lasciano scampo - magari poi sono ributtati in mare, ormai morti. E' la storia dei delfini presi insieme ai tonni, ma lo stesso vale per moltissime altre varietà. Ancora: oltre a descrivere (con la statistica) lo stato delle diverse popolazioni ittiche, lo studio ne segue l'evoluzione nel corso dei 50 anni passati. Ovvero, oltre a rivelare lo stato del danno mostra il modello seguito: mappe di dati anno per anno mostrano come, via via che le flotte si ingrandiscono e raggiungono n uove zone di oceano, la pesca ha un boom, poi crolla. In ogni nuova zona di mare sfruttata, bastano dieci o 15 anni perché la popolazione ittica crolli. Così le grandi flotte hanno bisogno di trovare sempre nuove zone da aggredire: se tonno o pescespada sono abbondanti sui nostri mercati, tanto che il prezzo è relativamente basso, è perché le flotte sono andate a pescare sempre più lontano: ma ormai non ci sono molte nuove zone di mare da sfruttare. Questo significa che le popolazioni di pesce non hanno più respiro, non «santuari» liberi da pescatori dove riprodursi. E significa non solo crisi per la pesca mondiale, a breve. Molto di più: significa che l'intero equilibrio dell'ecosistema marino è minacciato.
Certo, alcune specie di recente hanno migliorato la propria situazione: il pescespada, ad esempio. Ma si tratta di aumenti molto esigui su popolazioni che restano l'ombre di com'erano cinquant'anni fa. Un altro degli autori dello studio, Boris Worm (affiliato alla Dalhousie presso l'Università di Kiel, Germania), ne conclude che «da tutto ciò che abbiamo studiato, finiremo con ecosistemi mano stabili, meno prevedibili, e forse meno ospitali». Fa notare però che gran parte delle specie marine oggi in declino è ancora possibile un recupero: il punto è volerlo. Gli autori dello studio sperano che la loro ricerca spingerà i governi a onorare la dichiarazione firmata l'estate scorsa al Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile a Johannesburg, che fa appello a restaurare gli stock di pesce entro il 2015.




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