terra terra
ALIMENTAZIONE
La dieta di zucchero della lobby Usa
CAROLA FREDIANI,
2003.05.28
Mai come in queste settimane lo zucchero è stato tanto amaro, almeno nella bocca dei suoi grossi produttori statunitensi. A lasciargli un cattivo retrogusto è stato l'ultimo studio dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e della Fao - l'organismo Onu per l'alimentazione e l'agricoltura - che ha avuto la sfrontatezza di «raccomandare», ai fini di una dieta sana, un consumo moderato di zucchero. E a fissarne anche una soglia massima: il 10 per cento delle calorie giornaliere. In realtà non si tratterebbe di una novità sconvolgente: come spiega il ricercatore inglese Jack Winkler della Food and Health Research, intervistato dal New Scientist, saranno almeno trenta anni che la soglia del 10 per cento ha trovato largo consenso nella comunità scientifica. A dissentire è rimasta invece la Us Sugar Association che insieme alla World Sugar Research Organization rappresenta gli interessi dei produttori di zucchero. Prima ancora della pubblicazione ufficiale dello studio della Oms, intitolato Dieta, nutrizione, e prevenzione delle malattie croniche, la potente lobby americana ha richiesto la modifica di quel fastidioso dieci per cento, e non ottenendolo, ha minacciato di premere sul Congresso Usa affinché sospendesse il suo contributo annuale all'Oms. Non una bazzecola, visto che si tratterebbe di 406 milioni di dollari. In pratica equivale a una minaccia di strangolamento. E tutto questo perché «i dollari dei contribuenti - come ha cristallinamente spiegato la US Sugar Association - non dovrebbero essere usati per sostenere studi tendenziosi e privi di base scientifica, che nulla aggiungono alla salute e al benessere degli americani, molto meno al resto del mondo». Il quale l'unica cosa che dovrebbe aggiungere è puttosto un cucchiaino di zucchero nel proprio caffé.
Citando la salute e il benessere degli statunitensi però la Us Sugar Association si è data la zappa sui piedi. Nella dieta giornaliera di oltre 27 milioni di americani il fruttosio contribuisce per il 17 per cento delle calorie. Tra bevande, succhi, dolci, e biscotti, sono in realtà in molti a sforare di gran lunga la soglia del 10 per cento raccomandata dall'Oms. E i risultati si vedono.
Come infatti spiega l'inchiesta del New Scientist, il problema non è solo costituito dall'apporto calorico in se e per sé dello zucchero raffinato, ma dagli effetti di un suo consumo eccessivo sul metabolismo. La sua relazione col diabete, l'obesità, e la pressione sanguigna sono ormai ampiamente comprovate.
L'obesità in particolare sta assumendo i tratti di una malattia epidemica globale, che non risparmia neppure quei paesi dove ancora sono in molti a soffrire la fame: la percentuale di popolazione mondiale in sovrappeso è ormai poco più del 20 per cento nei paesi sviluppati, e del 5 per cento in quelli in via di sviluppo.
Nonostante queste richerche e questi dati la Us Sugar Association, insieme ad altri quattro giganti dell'industria alimentare e dei soft drinks, ha scritto al ministro Usa della salute Tommy Thompson, chiedendogli di «persuadere» l'Oms - organismo internazionale indipendente - a ritirare il suo ultimo studio, stilato da un gruppo di almeno 30 scienziati.
Del resto, la lobby dello zucchero non è nuova a queste pressioni: il professore Philip James, presidente di una taskforce internazionale contro l'obesità che nel 1990 aveva redatto uno studio sull'alimentazione, ricorda come il giorno dopo la sua pubblicazione (in cui, allora come oggi, si parlava di un 10 per cento di zucchero) si fossero mobilitati addirittura gli ambasciatori di una quarantina di paesi, chiedendo che quell'infausto numero venisse rimosso. A farne le spese, sostenevano, sarebbero stati i paesi in via di sviluppo. I quali, dopo aver resistito a un mercato, quello dello zucchero, caratterizzato da selvaggia competitività, crisi di sovrapproduzione, calo dei prezzi, sfacciato protezionismo Usa ed europeo, e modelli produttivi basati ancora sulle grandi piantagioni, riceverebbero il colpo di grazia proprio da quell'innocente dieci per cento. E dunque avanti con la grande abbuffata.
Citando la salute e il benessere degli statunitensi però la Us Sugar Association si è data la zappa sui piedi. Nella dieta giornaliera di oltre 27 milioni di americani il fruttosio contribuisce per il 17 per cento delle calorie. Tra bevande, succhi, dolci, e biscotti, sono in realtà in molti a sforare di gran lunga la soglia del 10 per cento raccomandata dall'Oms. E i risultati si vedono.
Come infatti spiega l'inchiesta del New Scientist, il problema non è solo costituito dall'apporto calorico in se e per sé dello zucchero raffinato, ma dagli effetti di un suo consumo eccessivo sul metabolismo. La sua relazione col diabete, l'obesità, e la pressione sanguigna sono ormai ampiamente comprovate.
L'obesità in particolare sta assumendo i tratti di una malattia epidemica globale, che non risparmia neppure quei paesi dove ancora sono in molti a soffrire la fame: la percentuale di popolazione mondiale in sovrappeso è ormai poco più del 20 per cento nei paesi sviluppati, e del 5 per cento in quelli in via di sviluppo.
Nonostante queste richerche e questi dati la Us Sugar Association, insieme ad altri quattro giganti dell'industria alimentare e dei soft drinks, ha scritto al ministro Usa della salute Tommy Thompson, chiedendogli di «persuadere» l'Oms - organismo internazionale indipendente - a ritirare il suo ultimo studio, stilato da un gruppo di almeno 30 scienziati.
Del resto, la lobby dello zucchero non è nuova a queste pressioni: il professore Philip James, presidente di una taskforce internazionale contro l'obesità che nel 1990 aveva redatto uno studio sull'alimentazione, ricorda come il giorno dopo la sua pubblicazione (in cui, allora come oggi, si parlava di un 10 per cento di zucchero) si fossero mobilitati addirittura gli ambasciatori di una quarantina di paesi, chiedendo che quell'infausto numero venisse rimosso. A farne le spese, sostenevano, sarebbero stati i paesi in via di sviluppo. I quali, dopo aver resistito a un mercato, quello dello zucchero, caratterizzato da selvaggia competitività, crisi di sovrapproduzione, calo dei prezzi, sfacciato protezionismo Usa ed europeo, e modelli produttivi basati ancora sulle grandi piantagioni, riceverebbero il colpo di grazia proprio da quell'innocente dieci per cento. E dunque avanti con la grande abbuffata.





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