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AGRICOLTURA
Pesticida miete vittime in Kerala
CAROLA FREDIANI,
2003.07.09
Nel prospero stato del Kerala, nel sud dell'India, e in particolare nella regione di Kasargode, endosulfan è un termine tristemente noto. Conosciuto da più di 15 anni dagli agricoltori, che l'hanno usato sui campi dei preziosi anacardi, coltivati per l'esportazione; e noto anche agli abitanti dei villaggi, che l'hanno visto spruzzare periodicamente dagli aeroplani vicino alle proprie case, oggi l'endosulfan - un pericoloso insetticida che agisce per contatto o ingestione - è ormai diventato famoso in tutta l'India, in quanto simbolo di una lotta della popolazione di Kasargode e degli ambientalisti contro il governo federale e le industrie produttrici del pesticida. Tutto ha inizio più di un anno fa, quando i media indiani sono inondati da una serie di reportage sulle strane morti e malformazioni che colpiscono gli abitanti di Kasargode, e in particolare il villaggio di Padre. Questi decessi non appaiono in realtà tanto misteriosi, visto che da tempo numerosi esperti e ambientalisti denunciano la tossicità del pesticida. A sollevare il polverone è in particolare il Center for Science and Environment (Cse) di New Delhi, che analizzando dei campioni prelevati dal villaggio scopre la presenza di elevate quantità dell'insetticida. La pressione esercitata dalla notizia, confermata da altri studi come quello del National Institute of Occupational Health, sembra inizialmente dirigere la vicenda verso un lieto fine, ottenendo di far bandire l'endosulfan. Purtroppo però le industrie indiane dei pesticidi - che costituiscono il quarto più grande produttore al mondo, il secondo nell'area dell'Asia-Pacifico, il primo per quanto riguarda lo stesso endosulfan - non sono rimaste a guardare. La controffensiva si è articolata su più piani: una nuova analisi commissionata a un istituto, che scagiona completamente l'endosulfan; una campagna pubblicitaria che predica la non pericolosità del pesticida; e minacce di azioni legali contro gli attivisti che avevano denunciato il legame tra l'insetticida e le malattie del Kerala.
Il colpo di grazia è però arrivato dal verdetto di un gruppo di esperti appositamente nominati dal governo e guidati dal dott. O. P. Dubey: l'endosulfan non è responsabile dei problemi di salute riscontrati a Kasargode. Risultato: ancora oggi l'insetticida viene spruzzato sui suoi villaggi. Peccato che a capo del gruppo di esperti - come fa notare un'inchiesta dell'organizzazione ambientalista inglese Panos - ci fosse proprio quel dott. Dubay che vent'anni fa aveva raccomandato l'uso dell'endosulfan nel Kerala. Non sarà che la ricca industria indiana dei pesticidi - il cui valore di mercato si aggira intorno agli 8,7 milioni di dollari - sta pesantemente influenzando le decisioni del governo? suggerisce il portavoce di Thanal, un gruppo che studia gli effetti delle sostanze tossiche sull'ambiente. Negli Usa, l'agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa) ha classificato l'endosulfan tra i pesticidi fortemente pericolosi. Il suo uso è stato bandito dai campi di riso di Bangladesh, Indonesia, Corea del Sud, e Tailandia, ed è stato severamente limitato in molti altri paesi. Malattie, morti e malformazioni collegate al suo utlizizzo sono state segnalate in Sudan, Indonesia, Colombia, e Benin (fonte: Pesticide Action Network), mentre il Botswana ha deciso di sostituire l'endosulfan con un altro pesticida nella lotta alla mosca tsetse, proprio a causa della sua tossicità (fonte: International Centre for Pesticide Safety). E tuttavia l'associazione indiana delle industrie di insetticidi non sembra intenzionata a smuoversi di un millimetro. Così come non intendono smuoversi le grosse multinazionali dei pesticidi raggruppate in Croplife International - tra i membri di spicco: Bayer, BASF e Monsanto - attualmente nell'occhio del ciclone per non aver adempiuto agli impegni presi con la Banca Mondiale al fine di «ripulire» l'Africa da quintali di insetticidi e sostanze tossiche abbandonati per tutto il continente. Si tratta, per il Pesticide Action Network, di 50 mila tonnellate di pesticidi obsoleti da smaltire. Ai ritmi attuali di decontaminazione, si rischia di impiegarci più di un secolo.
Il colpo di grazia è però arrivato dal verdetto di un gruppo di esperti appositamente nominati dal governo e guidati dal dott. O. P. Dubey: l'endosulfan non è responsabile dei problemi di salute riscontrati a Kasargode. Risultato: ancora oggi l'insetticida viene spruzzato sui suoi villaggi. Peccato che a capo del gruppo di esperti - come fa notare un'inchiesta dell'organizzazione ambientalista inglese Panos - ci fosse proprio quel dott. Dubay che vent'anni fa aveva raccomandato l'uso dell'endosulfan nel Kerala. Non sarà che la ricca industria indiana dei pesticidi - il cui valore di mercato si aggira intorno agli 8,7 milioni di dollari - sta pesantemente influenzando le decisioni del governo? suggerisce il portavoce di Thanal, un gruppo che studia gli effetti delle sostanze tossiche sull'ambiente. Negli Usa, l'agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa) ha classificato l'endosulfan tra i pesticidi fortemente pericolosi. Il suo uso è stato bandito dai campi di riso di Bangladesh, Indonesia, Corea del Sud, e Tailandia, ed è stato severamente limitato in molti altri paesi. Malattie, morti e malformazioni collegate al suo utlizizzo sono state segnalate in Sudan, Indonesia, Colombia, e Benin (fonte: Pesticide Action Network), mentre il Botswana ha deciso di sostituire l'endosulfan con un altro pesticida nella lotta alla mosca tsetse, proprio a causa della sua tossicità (fonte: International Centre for Pesticide Safety). E tuttavia l'associazione indiana delle industrie di insetticidi non sembra intenzionata a smuoversi di un millimetro. Così come non intendono smuoversi le grosse multinazionali dei pesticidi raggruppate in Croplife International - tra i membri di spicco: Bayer, BASF e Monsanto - attualmente nell'occhio del ciclone per non aver adempiuto agli impegni presi con la Banca Mondiale al fine di «ripulire» l'Africa da quintali di insetticidi e sostanze tossiche abbandonati per tutto il continente. Si tratta, per il Pesticide Action Network, di 50 mila tonnellate di pesticidi obsoleti da smaltire. Ai ritmi attuali di decontaminazione, si rischia di impiegarci più di un secolo.





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