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PETROLIO
Unocal, un gasdotto in tribunale
MARINA FORTI ,
2003.08.07
Un giudice di Los Angeles ha respinto la richiesta avanzata dagli avvocati di Unocal, multinazionale petrolifera che ha quartier generale a El Segundo, California. Chiedevano che l'azienda fosse giudicata non secondo la legge degli Stati Uniti, nella causa legale in cui deve difendersi da accuse di violazione dei diritti umani, ma secondo quella delle Bermude (dove ha sede la sua sussidiaria coinvolta nel caso) oppure secondo quella della Birmania (Myanmar), paese dove si svolgono i fatti per cui Unocal è citata in tribunale. Curiosa richiesta, davvero: i legali dell'azienda petrolifera hanno sostenuto che bisognerebbe guardare ai fatti imputati a Unocal - complicità in intimidazione, violenza e lavoro forzato - secondo il metro di cosa era legale e lecito in Birmania. I fatti risalgono alla prima metà degli anni `90 e il processo Unocal, quando comincerà, porterà in tribunale uno dei casi più scandalosi di repressione militare compiuti dall'esercito birmano - con la complicità, o almeno questa è l'accusa, di un consorzio di aziende occidentali. Si tratta del «progetto Yadana», dal nome di un giacimento di gas naturale nel mar delle Andamane, giusto al largo della penisola di Tenasserim, la lingua di Birmania sud-orientale che confina con la Thailandia. Nei primi anni '90 la francese Total (diventata TotalFinaElf dopo una serie di fusioni) si è aggiudicata un contratto per l'estrazione del gas e ha tirato in barca la californiana Unocal. Il progetto prevedeva anche la costruzione di un gasdotto per trasferire il gas fino alla costa del golfo del Siam, tagliando la penisola di Tenasserim. Nel 1993 il consorzio Total-Unocal ha firmato un accordo con l'azienda di stato birmana, Myanma Oil and Gas Enterprise: l'affare è stimato in 1,2 miliardi di dollari. Il gasdotto è stato posato tra il 1995 e il `98; vi hanno lavorato ditte francesi, giapponesi e italiane.

Per la popolazione locale è stata una tragedia. Per preparare il terreno al gasdotto, i militari avevano cominciato a costruire strade attraverso la giungla, evacuare i villaggi lungo il tracciato del gasdotto, tirare su gli alloggiamenti per i militari che si insediavano nella zona, costruire eliporti. Villaggi di pescatori sono stati evacuati a forza, comunità di contadini cacciate via dai loro campi. A volte un villaggio era colto di sorpresa, le capanne rase al suolo, uomini e donne di quasi ogni età arruolati a forza a lavorare per l'esercito. Nel 1993 e `94 è cominciato un grande movimento di popolazione, comunità intere sono fuggite attraverso la frontiera thailandese per sfuggire all'evacuazione forzata. Finché dei sindacalisti birmani esiliati in Thailandia si sono imbattuti nei villaggi dei profughi nella foresta. U Maung Maung, segretario della federazione sindacale birmana (in esilio), stima che 150mila persone siano state strappate ai propri villaggi e costrette a fuggire.

Nove anni dopo le testimonianze raccolte nella giungla sono approdate in un tribunale di San Francisco. Due cause sono state depositate nel settembre 1996: una, promossa dai sindacati birmani, è sostenuta dal International Labor Rights Fund, organizzazione statunitense per i diritti del lavoro. Una seconda causa è stata presentata da EarthRights International. In entrambe, le aziende petrolifere sono accusate di complicità negli omicidi, riduzione ai lavori forzati, stupri e violenze commessi dall'esercito birmano nell'ambito del Progetto Yadana. Dopo anni di battaglia legale, nel settembre 2002 il tribunale ha giudicato che ci siano abbastanza elementi per rinviare a giudizio l'azienda (Unocal: non Total, perché francese). La sproporzione tra i contendenti è evidente: un gruppo di contadini semianalfabeti e una multinazionale il cui fatturato è superiore al prodotto interno lordo della Birmania. La tesi dell'accusa è che Unocal non poteva non sapere cosa facevano i militari per proteggere i suoi affari: a sostenerla ci sono deposizioni degli stessi dirigenti di Unocal, relazioni dei suoi consulenti... La linea di difesa dell'azienda - non sapevamo, non siamo responsabili - per il momento ha perso. E anche quella della «legalità relativa»: le leggi birmane in effetti autorizzavano il lavoro forzato.

 
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