terra terra
ENERGIA
Il blackout dell'energia all'ingrosso
FRANCO CARLINI
,
2003.09.02
Ormai è un vero stereotipo linguisto parlare di «disastro (catastrofe, delitto) annunciato», ma se c'è una situazione in cui questa espressione è propria e precisa, questo è il blackout elettrico che a metà agosto ha colpito diversi stati americani e parte del Canada confinante, coinvolgendo circa 50 milioni di persone. L'evento è stato traumatico più psicologicamente (subito molti hanno pensato a un attentato tecnologico) che fattualmente. Dopo di che è partita la solita campagna dell'amministrazione Bush per rilassare le regole ambientali, estrarre petrolio dall'Alaska, foraggiare il nucleare. Fin qui tutto ovvio e scontato, da parte di un'amministrazione che si fonda sulla lobby energetica, del petrolio e dell'elettricità. Ma ci sono aspetti meno noti e concettualmente interessanti nella vicenda e per capirlo basta rileggere il rapporto reso pubblico nel maggio dell'anno scorso dal Dipartimento dell'Energia statunitense. Si intitola «National Transmission Grid Study» e si occupava specificatamente non già della produzione di energia elettrica, ma della sua trasmissione attraverso la rete (Grid). Lì ci sono tutti i perché del blackout recente e di quelli che verranno. Leggiamo: «Negli ultimi dieci anni è stata introdotta la competizione nel mercato all'ingrosso dell'elettricità con il fine di ridurre il costo per i consumatori. Oggi il mercato dell'elettricità consente ai consumatori un risparmio di quasi 134 miliardi di dollari annui». Fin qua l'autoelogio, ma pazienza. Però poi viene il bello: «Comunque il sistema nazionale di trasmissione dell'elettricità non era progettato per reggere i mercati regionali competitivi di oggi. Gli investimenti nel sistema di trasmissione non hanno tenuto il passo con la crescita nella generazione e con la crescente domanda di elettricità. Dei colli di bottiglia trasmissivi minacciano l'affidabilità e costano ai consumatori milioni di dollari ogni anno». Tutto lì, e scustate se è poco: con poche parole molto chiare, ma documentate nel resto del rapporto il Segretario all'Energia Spencer Abraham spiegava in anticipo l'arcano: la competizione tra i diversi produttori è stata una cosa ottima, ma questo comporta che, a differenza che per il passato, ogni giorno, c'è un transito continuo di kilowattori sulle reti elettriche nazionali, a seconda della domanda e a seconda degli andamenti del mercato deregolato. E quelle reti, semplicemente non ce la fanno, perché non erano state progettate per farlo e perché gli investimenti nelle strutture trasmissive sono addirittura caduti da 5 miliardi di dollari nel 1972 ai 2 miliardi attuali (il che significa che si fa solo la manutenzione e non c'è sviluppo). Secondo l'Epri (Electric Power Research Institute), un centro di ricerca finanziato dalle stesse industrie elettriche americane, gli invenstimenti sulle rete necessari sono dell'ordine dei 50-100 miliardi di dollari. Questo blackout Usa dunque è stato diverso da quelli italiani, la cui causa principale deriva dall'eccesso di domanda dovuta al clima, a fronte di una capacità produttiva ridotta. Negli Stati Uniti le centrali ci sono, ma il sistema del mercato nazionale liberalizzato avrà (forse) prodotto dei risparmi a breve, ma ha rivelato la sua irrazionalità profonda, rispetto alla quale viene da dire che «era meglio prima». Il prima in questione è un sistema in cui, salvo casi eccezionali, l'elettricità viene prodotta e distribuita localmente, anziché far viaggiare gli elettroni da un capo all'altro del continente per inseguire i picchi e le contrattazioni di fornitura, continuamente variabili. Ma questo «prima» probabilmente è anche il «dopo», il futuro più ragionevole in cui si passi da reti elettriche fortemente centralizzate e rigide a sistemi in cui la generazione è sempre più locale, persino casalinga; gli sviluppi della tecnologia vanno da tempo in questa direzione, che si tratti di mulini a vento, di celle solari o, prossimamente di fuel cell (celle all'idrogeno) nella cantina di casa o di condominio. Per così dire mentre la rete Internet sta imparando alcune cose da quella elettrica nello stesso tempo anche la vecchia rete di tralicci e cavi dovrebbe imparare dall'Internet, quanto a disseminazione di servizi.




• 