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PETROLIO
In Bolivia scoppia la guerra del gas
MARINA FORTI,
2003.09.27
In Bolivia sta scoppiando la guerra del gas. I sindacati del paese andino stanno preparando per lunedì uno sciopero generale di durata indefinita con un obiettivo decisamente politico: ri-nazionalizzare l'industria petrolifera. Con i sindacati dei lavoratori sono schierate organizzazioni contadine, movimenti sociali, il movimento dei cocaleros (i coltivatori di coca, che non sono narcotrafficanti), il Movimento al Socialismo, gruppi popolari. Insieme hanno formato la «Coordinadora en defensa del gas». Dalla redazione di Econoticias Bolivia (www.econoticiasbolivia.com) riceviamo notizia di una mobilitazione in crescendo: «Nell'altipiano, militari e contadini ingaggiano scaramucce per controllare le strade principali, mentre a La Paz, sede del governo, si succedono merce e manifestazioni contro il regime neoliberista». Lo sciopero da lunedì sarà accompagnato dal blocco nazionale delle strade: «La tattica popolare è sbarrare le vie e marciare verso le città, in particolare La Paz, dove si deciderà la sorte del conflitto». La Bolivia è il paese dove nel 2000 un coordinamento di forze popolari in passato è riuscito a impedire la privatizzazione della rete idrica della città di Cochabamba, obbligando il governo a annullare il contratto già firmato con una delle potenti multinazionali del settore, Bechtel Corp. Questa volta il movimento coinvolge l'intero paese, e ha un obiettivo se possibile più ambizioso: in discussione è l'intera politica economica e sociale condotta dai successivi governo boliviani a partire dalla metà degli anni `80, quando il paese uscito impoverito da decenni di dittatura militare si è consegnato al Fondo Monetario Internazionale. Era l'epoca in cui avevano grande influenza presso le élites latinoamericane i «Chicago Boys», il gruppo di economisti usciti dall'Università di Chicago che aveva fatto del libero mercato un principio assoluto: è quello che in America Latina viene chiamato neo-liberalismo. Nel caso della Bolivia la terapia è stata shock: svalutazione della moneta, abolizione di ogni controllo sui prezzi e sui salari, taglio drastico della spesa pubblica. E privatizzazioni. I successivi governi hanno venduto a investitori privati, soprattutto stranieri, le ferrovie, le telecomunicazioni, le linee aeree, le grandi miniere di stagno di Oruro e Potosì - nazionalizzate con la rivoluzione popolare del 1952. L'inflazione in effetti è scesa, gli investimenti stranieri sono arrivati: ma l'economia è andata in recessione, la disoccupazione è salita, le nuove attività non hanno creato lavoro né benessere generale, la povertà non è stata ridotta nonostante tutti «sostegni sociali» della Banca Mondiale. Le miniere chiuse hanno lasciato migliaia di persone a sopravvivere di commercio ambulante e lavoretti, ingrossando le bidonvilles urbane.
Di privatizzazione in priovatizzazione, anche l'industria petrolifera è stata venduta: a firmare il decreto, nell'agosto del `97, è stato proprio l'attuale il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada due giorni prima che scadesse il suo primo mandato. I sindacati dicono che quel decreto era incostituzionale. Oggi chiedono di rinazionalizzare gli idrocarburi, principale risorsa naturale del paese, e usarne i profitti per far uscire la Bolivia dalla povertà. «Il gas è l'ultima opportunità che abbiamo per uscire dall'arretratezza», dice Jaime Solares, dirigente dei minatori e principale leader della Central Obrera Boliviana (Cob). La «Coordinadora» vuole obbligare il governo a annullare il progetto di esportazione di gas negli Stati uniti per cui ha già dato concessione al consorzio Pacific Lng, formato da Repsol-Ypf, British Gas e Panamerican Gas (sussidiaria di British Petroleum). I sindacati citano dichiarazioni del consorzio stesso per cui l'affare produrrà 1.300 milioni di dollari di reddito annuale, ma appena tra 40 e 70 milioni di dollari in imposte e royalties allo stato boliviano. Si dicono pronti a continuare la protesta a oltranza, fino a ottenere ciò che chiedono o le dimissioni del presidente Lozada. Il governo li accusa di «cospirare contro la democrazia». Sabato scorso una manifestazione è finita con 7 morti. La guerra del gas è cominciata.
Di privatizzazione in priovatizzazione, anche l'industria petrolifera è stata venduta: a firmare il decreto, nell'agosto del `97, è stato proprio l'attuale il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada due giorni prima che scadesse il suo primo mandato. I sindacati dicono che quel decreto era incostituzionale. Oggi chiedono di rinazionalizzare gli idrocarburi, principale risorsa naturale del paese, e usarne i profitti per far uscire la Bolivia dalla povertà. «Il gas è l'ultima opportunità che abbiamo per uscire dall'arretratezza», dice Jaime Solares, dirigente dei minatori e principale leader della Central Obrera Boliviana (Cob). La «Coordinadora» vuole obbligare il governo a annullare il progetto di esportazione di gas negli Stati uniti per cui ha già dato concessione al consorzio Pacific Lng, formato da Repsol-Ypf, British Gas e Panamerican Gas (sussidiaria di British Petroleum). I sindacati citano dichiarazioni del consorzio stesso per cui l'affare produrrà 1.300 milioni di dollari di reddito annuale, ma appena tra 40 e 70 milioni di dollari in imposte e royalties allo stato boliviano. Si dicono pronti a continuare la protesta a oltranza, fino a ottenere ciò che chiedono o le dimissioni del presidente Lozada. Il governo li accusa di «cospirare contro la democrazia». Sabato scorso una manifestazione è finita con 7 morti. La guerra del gas è cominciata.




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