terra terra
ANIMALI
Veterinaria «etica» in California
MARINELLA CORREGGIA
,
2003.10.30
AAA. Chi vuole donare cadaveri di animali da compagnia, e non solo, di qualunque razza a una facoltà di veterinaria che non intende uccidere animali vivi per i suoi esperimenti didattici? Questo apparentemente strano appello riguarda un corso per veterinari da poco inaugurato alla Western University of Health Sciences di Pomona, California. Si tratta fra l'altro dell'unica facoltà di veterinaria a essere diretta da una donna, la dottoressa Shirley Johnston, e il suo obiettivo, ben evidenziato anche sul sito, è «sviluppare la compassione e il rispetto per tutti gli esseri viventi attraverso un'esperienza di formazione». L'aspetto etico viene molto sottolineato, ma non si limita al corso appunto di etica, che comunque dura ben due anni. E' tutta la metodologia di insegnamento a essere impostata sul cruelty-free e sul rispetto. Insomma, mentre nelle facoltà «normali», negli Usa e nel resto del mondo, si comprano animali vivi da società di materiale biomedico o da allevamenti e poi per studio li si disseziona, alla Western University si utilizzano solo animali morti di malattia, vecchiaia o eutanasia. Una studentessa della Facoltà, intervistata, ha dichiarato: «Non so se sarei riuscita a lavorare su un animale ucciso apposta. Dunque sono contenta di potermi preparare in quest'altro modo». Alla neonata facoltà, la preparazione dei futuri veterinari sarà centrata sulla pratica clinica. Nei primi anni impareranno a praticare l'anestesia e la chirurgia su modelli inanimati e dinamici, al computer e sugli anzidetti cadaveri. Il tirocinio su animali vivi, in tutti e quattro gli anni di studio, sarà compiuto accompagnando e coadiuvando progressivamente le attività di cura che si svolgono nelle cliniche veterinarie, nei canili e in altri rifugi, negli zoo e negli allevamenti. A rotazione gli studenti faranno internato in istituti e ospedali di livello regionale, imparando a interagire con i pazienti e i loro accompagnatori umani. Infine, faranno periodi in cliniche veterinarie universitarie e istituti internazionali.
Uno dei temi centrali per il corso di etica sarà il trattamento degli animali negli allevamenti. Se uno degli studenti deciderà infatti di lavorare in quel settore - o nei controlli ai macelli, immaginiamo - dovrà essere «attrezzato», e potrà così avere più chances di migliorare le condizioni di quegli animali: perché, dicono i responsabili della facoltà, gli allevatori possono rimanere sordi alle critiche dei militanti per i diritti degli animali ma rispetteranno sicuramente di più le parole di un veterinario. Un'idea sacrosanta, soprattutto in un paese la cui normativa in materia di trattamenti degli animali «da reddito» (da cibo) è molto più arretrata di quella - pur rudimentale - europea.
Un'arretratezza che riguarda anche il settore della sperimentazione didattica e del relativo comportamento di studenti e docenti. La nazione più avanzata in proposito è l'Italia. Nel 1993 è stata approvata la legge 413 («norme sull'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale») che permette a medici, ricercatori, personale sanitario e studenti universitari di non prendere parte direttamente ad attività e interventi che comportino sperimentazione su animali vivi o uccisi all'uopo. La legge obbliga le Università a organizzare corsi di studio alternativi per le facoltà scientifiche e vieta qualsiasi tipo di discriminazione, accademica o economica, ai danni di chi vi aderisce. Sono inoltre da tempo in corso raccolte di firme e proposte per vietare la sperimentazione didattica in vivo - praticata non solo nelle facoltà di veterinaria ma perfino nelle scuole superiori, finora senza esito.
Le metodologie di studio e sperimentazione presso la facoltà di Veterinaria californiana illustrano nei dettagli la possibilità di «imparare senza torturare» e rispondono anche a una delle usuali obiezioni mosse agli antivivisezionisti: «Ma almeno per studiare e curare le malattie animali, si dovrà praticare la vivisezioni!». Invece no. Un esempio made in Usa per una volta da importare. Magari esportando, in cambio, l'idea di una bella legge come la 413.
Uno dei temi centrali per il corso di etica sarà il trattamento degli animali negli allevamenti. Se uno degli studenti deciderà infatti di lavorare in quel settore - o nei controlli ai macelli, immaginiamo - dovrà essere «attrezzato», e potrà così avere più chances di migliorare le condizioni di quegli animali: perché, dicono i responsabili della facoltà, gli allevatori possono rimanere sordi alle critiche dei militanti per i diritti degli animali ma rispetteranno sicuramente di più le parole di un veterinario. Un'idea sacrosanta, soprattutto in un paese la cui normativa in materia di trattamenti degli animali «da reddito» (da cibo) è molto più arretrata di quella - pur rudimentale - europea.
Un'arretratezza che riguarda anche il settore della sperimentazione didattica e del relativo comportamento di studenti e docenti. La nazione più avanzata in proposito è l'Italia. Nel 1993 è stata approvata la legge 413 («norme sull'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale») che permette a medici, ricercatori, personale sanitario e studenti universitari di non prendere parte direttamente ad attività e interventi che comportino sperimentazione su animali vivi o uccisi all'uopo. La legge obbliga le Università a organizzare corsi di studio alternativi per le facoltà scientifiche e vieta qualsiasi tipo di discriminazione, accademica o economica, ai danni di chi vi aderisce. Sono inoltre da tempo in corso raccolte di firme e proposte per vietare la sperimentazione didattica in vivo - praticata non solo nelle facoltà di veterinaria ma perfino nelle scuole superiori, finora senza esito.
Le metodologie di studio e sperimentazione presso la facoltà di Veterinaria californiana illustrano nei dettagli la possibilità di «imparare senza torturare» e rispondono anche a una delle usuali obiezioni mosse agli antivivisezionisti: «Ma almeno per studiare e curare le malattie animali, si dovrà praticare la vivisezioni!». Invece no. Un esempio made in Usa per una volta da importare. Magari esportando, in cambio, l'idea di una bella legge come la 413.




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