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PETROLIO, AMBIENTE
L'Agip inquina il Delta, poi insabbia
MARINA FORTI,
2003.11.21
Abalagada è un grande villaggio del distretto di Ndokwa -est, nello stato del Delta, Nigeria meridionale. Una collettività di pescatori e contadini, economia di sussistenza basata sulla terra e soprattutto sull'acqua dei molti canali che fanno il delta del Niger. La vicinanza con i pozzi di petrolio non ha portato a Abalagada nessuno dei comfort moderni che sembrano irrinunciabili altrove: non c'è elettricità né acqua potabile, né una scuola o un ospedale. I pozzi invece hanno creato molti problemi alla comunità di pescatori del Delta. Si tratta di pozzi della Nigerian Agip oil Company (filiale nigeriana della multinazionale italiana), che ha cominciato nel 1963 a operare in quella zona dove ha anche un impianto di separazione del gas naturale. Da allora si è spesso trovata in scontro con le comunità locali, che rinfacciano alla compagnia le frequenti fughe di greggio da pozzi e oleodotti. Di recente tutto questo è precipitato in una serie di episodi allarmanti. Lo riferisce il gruppo di avvocati e ambientalisti nigeriani Environmental Rights Action (Era), che ha condotto nei due mesi scorsi un'indagine a Abalagada. Riferisce in primo luogo che il 25 settembre una squadra di Polizia mobile e di militari ha fatto irruzione nel villaggio, arrestando una trentina di persone - inclusi donne e anziani - che sono state rilasciate solo due settimane dopo. Pare che lo scopo fosse mettere fine a una protesta che si trascinava da tempo.

Il gruppo di avvocati «per i diritti ambientali» riferisce poi che il 12 ottobre, intorno alla mezzanotte, una forte esplosione è stata udita a un pozzo Agip prossimo al villaggio. Il pozzo era stato finito di scavare pochi mesi fa, e la gente del luogo ha riferito che doveva esserci qualche problema perché i tecnici (stranieri) della compagnia petrolifera erano spesso là ad armeggiare. L'esplosione ha provocato un massiccio sversamento di greggio e un gigantesco incendio. Parecchi stagni dove si allevava il pesce sono stati «uccisi», le reti e trappole per pesci sono state sia distrutte dall'incendio o sommerse dal liquido nero e vischioso. L'incendio ha attaccato una zona di bosco di mangrovie, una delle ultime e più ampie che resta nel delta, che si estendeva dal pozzo fin sulle rive del Niger: ha continuato ad ardere per tre settimane, dal 12 ottobre al 3 novembre, quando infine è stato domato dal personale della Halliburton Oil servicing company, tecnici arrivati dagli Stati uniti e specializzati in incendi di pozzi petroliferi. Del bosco di mangrovie, hanno constatato gli avvocati ambientali, resta cenere fumante: la gran parte degli alberi è scomparsa, le mangrovie sopravvissute hanno le radici immerse nel petrolio e stanno perdendo le foglie. Le mangrovie sono un albero prezioso perché cresce con le radici in acqua, nelle zone tra dolce e salmastro, e salva le coste dall'erosione provocata dalle onde e maree.

Un disastro ambientale, dunque, e un disastro umano: perché l'intera comunità di pescatori e contadini adesso non ha da pescare e coltivare. L'Agip nigeriana ha dichiarato alla commisisone ambiente del parlamento statale che la prima fase della bonifica è già stata compiuta, ripulendo manualmente lo sversamento di greggio, e la seconda fase sarà affidata a tecnici specializzati in questo tipo di incidenti. Gli avvocati di Era riferiscono però che proprio durante un sopralluogo, con giornalisti e delegati della commissione ambiente del parlamento, hanno visto lavoratori dell'Agip che coprivano di sabbia le pozze di petrolio, un gran lavoro di bulldozer che ha indignato i parlamentari. Il rapporto di Era (che abbiamo ricevuto grazie alla Campagna per la Riforma della Banca Mondiale) chiede all'Agip nigeriana di togliere la sabbia e cominciare subito una vera bonifica, sia dei terreni che dei corsi d'acqua e stagni. Chiede risasrcimenti per le comunità locali, che da quei pozzi di petrolio hanno ricevuto solo danni.

 
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