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COMMERCIO
India, il pesticida in bottiglietta
MARINA FORTI ,
2004.02.05
Dunque è vero: le bibite gassate vendute in India dai marchi CocaCola e PepsiCo contengono residui di pesticidi in misura di parecchio superiore agli standard ammessi nell'Unione europea. E' la conclusione a cui è arrivata una Commissione parlamentare d'inchiesta del Lok Sabha, il parlamento federale indiano. L'inchiesta era stata avviata lo scorso agosto, di fronte allo scandalo e all'allarme pubblico suscitato dal Centre for Science and Environment (Centro per la scienza e l'ambiente, organizzazione ambientalista di New Delhi che pubblica tra l'altro il quindicinale Down to Earth). Il Cse aveva fatto analizzare tre campioni ciascuno di 12 bibite gassate. Era risultato che le bibite contenevano residui di sostanze assai nocive, comunemente usate in India come insetticidi agricoli o domestici. Non per nulla Down to Earth le ha ribattezzate «la sporca dozzina» (4 agosto 2003).

Quando il Cse aveva denunciato la sua scoperta, sia CocaCola che PepsiCo avevano sdegnosamente respinto l'accusa e ordinato le proprie analisi, secondo cui i residui erano entro gli standard ammessi. Le autorità sanitarie avevano ordinato ispezioni e verifiche. Le bibite sono rimaste sul mercato, certo, ma le vendite calarono: solo pochi mesi prima il Cse aveva comiuto le stesse analisi sulle più diffuse etichette di acqua imbottigliata, trovando anche là residui di pesticidi. Le nuove analisi avevano trovato nelle 12 bibite gassate messe in commercio da CocaCola e PepsiCo tracce di lindano, pesticida organiclorato ben noto per i suoi effetti sul sistema nervoso centrale dei mammiferi e per gli effetti carcinogeni: era presente in tutti i campioni analizzati in concentrazioni fino a 0,0008 milligrami per litro (ovvero 42 volte più del limite massimo ammesso dalle norme Cee). Il Ddt e suoi metaboliti erano presenti nell'80 percento dei campioni, in particolare nella Pepsi e nella Cocacola. Quasi tutti i campioni hanno rivelato tracce di malathion (fino a 137 volte più dei limiti Cee), insetticida che quando raggiunge il fegato umani attiva una sostanza mutagena e letale per il sistema nervoso centrale. E così via.

Ora la commissione parlamentare d'indagine conferma che il Cse aveva visto giusto. Le analisi, su nuovi campioni delle medesime bibite, sono state ripetute separatamente da due laboratori (di Mysore e di Calcutta) e hanno confermato la presenza di pesticidi ben oltre i limiti accettabili. La commissione parlamentare non ha il potere di imporre sanzioni (ad esempio ritirare le bibite dal mercato), ma può avanzare raccomandazioni. E lo ha fatto: ha chiesto al governo di formulare una normativa più stringente per le bibite frizzanti, seguendo le linee guida prescritte dall'Unione europea - proprio come le nuove norme in vigore dal mese scorso per le acque imbottigliate.

Il punto infatti è che le norme sono molto vaghe. Le bibite contengono pesticidi, faceva notare il Cse, perché sono confezionate con l'acqua pompata dalle falde sotterranee, dunque il problema è più generale e riguarda anche l'acqua potabile (e quella «minerale» o «purificata» venduta in bottiglia). Il mercato delle bibite in India è controllato da due multinazionali americane. Nel 1991, prima ad approfittare della nuova politica di liberalizzazione dell'economia indiana, è arrivata PepsiCo; un paio d'anni dopo è tornata la CocaCola (se n'era andata nel 1977, quando una legge sugli investimenti esteri varata da Indira Gandhi aveva imposto alle società straniere di cedere la maggioranza della proprietà a partners nazionali). Le due multinazionali, di nuovo in India, hanno comprato le maggiori ditte locali di bibite, con diversi marchi. Le rispettive quote di mercato in India sono un segreto gelosamente costodito, ma la competizione è forte. Su scala mondiale, l'India rappresenta ancora una piccolissima percentuale delle vendite delle due multinazionali: ma a nessuno piace perdere un mercato, e la denuncia del Cse, ora confermata dall'indagine parlamentare, ha dato una bella botta alle vendite.



 
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