terra terra
AGRICOLTURA, BIOTECNOLOGIE
Se l'ogm arriva in tribunale
THEO GUZMAN,
2004.06.26
Anche se è già qualche anno che gli organismi geneticamente modificati sono sul banco degli imputati e sembrano scontentare sempre più consumatori, molti forse ignorano come la cosiddetta gene-revolution, la rivoluzione biotecnologia che produce organismi tecnologicamente «avanzati» per l'agricoltura, fosse già sbarcata in tribunale nel 1999. Allora era toccato a Percy Schmeiser, un produttore di colza canadese, che si era visto recapitare a casa una denuncia per aver utilizzato semi della Monsanto coperti, come tutti i prodotti gm, da brevetto. In molti casi la contaminazione è casuale: coltivi un terreno con sistemi e sementi tradizionali ma vicino al tuo c'è un campo con semi geneticamente modificati. Il vento sparge i semi sul tuo campo e tu ti ritrovi con una certa percentuale di «contaminazione» gm nel tuo pezzo di terra (a meno che non si tratti di semi sterili come nel caso dell'ultranoto Terminator). Nel 2001, la corte federale canadese che prese in esame il caso, stabilì che i livelli di «contaminazione» trovati sui terreni di Percy erano troppo alti per essere solo accidentali. L'agricoltore aveva dunque «consapevolmente» violato un brevetto della Monsanto «senza aver stipulato con essa alcun contratto». Fu condannato. C'è anche il caso inverso: alcuni coltivatori biologici canadesi, che avevano perso la certificazione sui loro terreni proprio perché non potevano garantire che i loro campi fossero ogm-free, hanno fatto causa alla Monsanto. Come ricorda un recente dossier di ActionAid, un'Ong internazionale che ha condotto uno studio sulla diffusione degli Ogm nel mondo, col caso di Percy si era passati «a una nuova era nella storia dell'agricoltura».
Il dossier («Mica semi, dieci anni di diffusione degli ogm e di erosione dei diritti degli agricoltori») è stato curato dalla sezione italiana dell'organizzazione internazionale e fa il punto sui primi due lustri di diffusione di prodotti che avrebbero dovuto rivoluzionare il mercato mondiale alimentare. Ma benché l'avanzata degli ogm marci apparentemente con la gran cassa, vantando grandi risultati in termini quantitativi (soprattutto nelle Americhe), il dossier nota almeno due grosse novità: la prima è appunto l'ingresso dei tribunali in un mondo dove la giustizia si occupava semmai di determinare l'ampiezza dei confini agricoli o l'attribuzione di aree verdi a destinazioni d'altro tipo. La seconda è che la risposta dei consumatori si è nel tempo fatta sentire sulla grande catena della distribuzione alimentare. Assestando un duro colpo alle case produttrici di sementi (in mano a tre-quattro società) e riorientando il sistema di distribuzione (in mano ad altre tre o quattro). Essendo la logica del profitto la dominante sia per produttori di sementi che per i distributori di alimenti, questi ultimi hanno prestato orecchio alle sirene di un mercato dove l'utente finale, quello con in mano la sporta della spesa, alla fine detta legge. Ma sono solo alcuni degli spunti del dossier.
Uno dei più interessanti riguarda la «subdola» diffusione dei gm attraverso la catena della solidarietà degli aiuti alimentari. L'Africa è già terra d'espansione degli ogm, presenti nel Mali, in Senegal, Bourkina Faso, Sud Africa, Kenia ed Egitto. Ma in questi casi si tratta di scelte dei singoli governi. In altri altri casi - Uganda, Malawi, Angola, Zambia, Mozambico, Zimbabwe, Swaziland Leshoto - si trattava invece di doni che furono rifiutati, scatenando una polemica incentrata sul concetto che «a caval donato non si guarda in bocca». Il rifiuto degli organismi geneticamente modificati era legato all'offerta di «aiuto» da parte di Usaid (l'ente di cooperazione statunitense) o del Programma alimentare mondiale (dell'Onu) che i governi avevano respinto al mittente in toto o mettendo paletti agli aiuti «pelosi» che arrivavano soprattutto dai surplus americani. Anche in questo caso la filiera (umanitaria) terminava con un consumatore: africano e con le braccia allargate. Ma anche lui (o i suoi accorti governi) hanno detto no grazie. La rivoluzione genetica può attendere.
*Lettera22
Il dossier («Mica semi, dieci anni di diffusione degli ogm e di erosione dei diritti degli agricoltori») è stato curato dalla sezione italiana dell'organizzazione internazionale e fa il punto sui primi due lustri di diffusione di prodotti che avrebbero dovuto rivoluzionare il mercato mondiale alimentare. Ma benché l'avanzata degli ogm marci apparentemente con la gran cassa, vantando grandi risultati in termini quantitativi (soprattutto nelle Americhe), il dossier nota almeno due grosse novità: la prima è appunto l'ingresso dei tribunali in un mondo dove la giustizia si occupava semmai di determinare l'ampiezza dei confini agricoli o l'attribuzione di aree verdi a destinazioni d'altro tipo. La seconda è che la risposta dei consumatori si è nel tempo fatta sentire sulla grande catena della distribuzione alimentare. Assestando un duro colpo alle case produttrici di sementi (in mano a tre-quattro società) e riorientando il sistema di distribuzione (in mano ad altre tre o quattro). Essendo la logica del profitto la dominante sia per produttori di sementi che per i distributori di alimenti, questi ultimi hanno prestato orecchio alle sirene di un mercato dove l'utente finale, quello con in mano la sporta della spesa, alla fine detta legge. Ma sono solo alcuni degli spunti del dossier.
Uno dei più interessanti riguarda la «subdola» diffusione dei gm attraverso la catena della solidarietà degli aiuti alimentari. L'Africa è già terra d'espansione degli ogm, presenti nel Mali, in Senegal, Bourkina Faso, Sud Africa, Kenia ed Egitto. Ma in questi casi si tratta di scelte dei singoli governi. In altri altri casi - Uganda, Malawi, Angola, Zambia, Mozambico, Zimbabwe, Swaziland Leshoto - si trattava invece di doni che furono rifiutati, scatenando una polemica incentrata sul concetto che «a caval donato non si guarda in bocca». Il rifiuto degli organismi geneticamente modificati era legato all'offerta di «aiuto» da parte di Usaid (l'ente di cooperazione statunitense) o del Programma alimentare mondiale (dell'Onu) che i governi avevano respinto al mittente in toto o mettendo paletti agli aiuti «pelosi» che arrivavano soprattutto dai surplus americani. Anche in questo caso la filiera (umanitaria) terminava con un consumatore: africano e con le braccia allargate. Ma anche lui (o i suoi accorti governi) hanno detto no grazie. La rivoluzione genetica può attendere.
*Lettera22




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