giovedì 19 settembre 2013
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ENERGIA, NUCLEARE
I colli del Togo e quelli di Sant'Ilario
FRANCO CARLINI ,
2004.07.11
Il nucleare! Lo invocano a voce sempre più alta industrie, governi e commentatori. E in apparenza il loro ragionamento non fa una grinza: (1) da quella fonte di energia non deriva inquinamento atmosferico capace di compromettere il clima; (2) le tecnologie relative sono saldamente nelle mani dei paesi ricchi e democratici, il che permetterebbe loro consolidare un potere tecnologico; (3) l'approvvigionamento della materia prima non è un problema e perciò ci si potrebbe sottrarre una volta per tutte al ricatto petrolifero degli ambigui stati dell'Opec. In secondo piano vengono messi il problema delle scorie e quello della sicurezza che si danno per risolte quando tali non sono. Una voce totalmente diversa viene invece dalla New Economics Foundation inglese (www.neweconomics.org) che ha appena presentato un suo studio-manifesto intitolato «The price of power», dove Power può essere inteso nel duplice senso di potenza energetica ma anche di potere. Le previsioni dell'Ocse, a leggerle con occhi lucidi, sono effettivamente disastrose: un futuro in cui la domanda di energia crescerà inesorabilmente, per effetto dei paesi in via di sviluppo, e continuerà a essere dominato dai combustibili fossili, petrolio e carbone. Ma queste risorse sono scarse e la tendenza all'aumento dei prezzi non è contingente, ma strutturale, il che avrà effetti molto negativi specialmente sulle economie in sviluppo. Per le altre, quelle già ricche, ci sarà in ogni caso il danno del riscaldamento climatico, oltre che l'aumento dei prezzi. Questo disastro imminente (orizzonte 2030), o lo si ignora oppure viene strumentalmente brandito per spingere il ritorno trionfante del nucleare. Il rapporto di New Economics sostiene invece, con stile anglosassone basato sulle cifre prima che sull'ideologia, che la risposta c'è già, solo che la si voglia vedere e si chiama energie rinnovabili.

Ancora loro, ancora questo mito smantellato dagli economisti seri e dai governi? Sì, proprio loro, le quali, secondo il rapporto, sono una bella realtà operante. E' ben vero che nei paesi sviluppati le rinnovabili coprono appena il 3% dei consumi, ma potrebbero crescere facilmente del 120 per cento. Gli increduli tra i nostri commentatori leggano le tabelle allegate al rapporto, pubblicate anche dal settimanale inglese New Scientist. E poi facciano un salto all'isola di Sagal, di fronte alla costa del Bengala: i sei impianti solari lì installati e collegati in rete tra di loro forniscono l'illuminazione per sei ore al giorno a un costo persino inferiore di quella ottenuta con i generatori diesel. Oppure si allunghino verso i villaggi remoti dell'Himalaya: qui le persone dovevano fare due giorni di strada trasportando il combustile sulle spalle. Ora 150 mila abitanti di 130 villaggi vedono la luce anche di notte grazie alle celle fotovoltaiche progettate e installate dal Barefoot College dello stato del Rajasthan.

Le virtù di queste produzioni non sono soltanto quelle di essere rinnovabili, ma soprattutto di essere locali. Il che significa che non occorre una rete di tralicci e cavi che scavalchi monti e deserti. Per effetto di tale produzione in loco, i costi si abbattono violentemente, senza dover ammortizzare le condotte elettriche né doverle sorvegliare. Lo stesso si vede in alcuni villaggi al confine tra il Togo e il Benin, nella terra di Batammariba. Quella zona è stata appena inserita dall'Unesco tra i siti che rappresentano il patrimonio culturale dell'umanità per le sue case a torre, cilindriche o coniche. L'autore di questa rubrica può testimoniare di essersi trovato già anni fa con una certa meraviglia in un villaggio di quell'area, seduto sotto un grande albero ombroso e centenario, di fianco al quale, tuttavia, si alzava un umile palo della luce, acceso da semplici ed economiche celle solari. Il modello è praticabile anche nei nostri paesi ricchi, con in più la possibilità teorica e pratica di riversare nella rete elettrica generale l'eccesso di energia elettrica eventualmente prodotta: è quanto invano cerca di fare Beppe Grillo sulle alture di Sant'Ilario, in quel di Genova. Non ci riesce perché l'Enel non la vuole.

 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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