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PETROLIO
I conti del governo angolano
PAOLA DESAI
,
2004.07.15
La firma di un contratto pluridecennale di sfruttamento petrolifero ha sempre una certa solennità, e così negli uffici della Chevron-Texaco a Washington DC, nel maggio scorso, insieme al direttore esecutivo della compagnia David O'Reilly c'era il ministro delle finanze angolano, José Pedro de Morais. Un signor contratto: la compagnia petrolifera americana ha esteso fino al 2030 laconcessione per sfruttare i giacimenti di greggio e gas nel settore di mare chiamato Block Zero, da cui già estrae circa 400mila barili di greggio al giorno. A rendere inusuale la notizia però non è la dimensione del contratto: Chevron Texaco è già la maggiore compagnia petrolifera straniera in affari in Angola, e gli Stati uniti sono il mercato per oltre metà della produzione di petrolio angolana (che ammonta a 950 milioni di barili al giorno). La novità è che in occasione della firma, il governo angolano ha reso noto quanto incassa da Chevron-Texaco: la compagnia versa 300 milioni di dollari, di cui 210 milioni per il contratto ventennale, 80 milioni per sviluppare programmi sociali nella regione e altri 10 milioni in pagamenti relativi alla produzione. E' la prima volta che veniamo a sapere quanto una compagnia petrolifera americana versa al governo dell'Angola. E' un gesto di trasparenza per cui premevano da tempo sia il Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, sia i governi degli Stati uniti e della Gran Bretagna, sia organizzazioni angolane e internazionali come Human Rights Watch, o Global Witness (il gruppo internazionale che indaga sul legame tra sfruttamento delle risorse naturali, corruzione e guerre), o la Open Society del finanziere filantropo George Soros - sia organizzazioni della società civile angolana. I motivi di ciascuno sono diversi. Il Fondo monetario insiste sulla trasparenza dei conti angolani perché vuole una riforma fiscale, e perché ogni volta che è chiamato a votare il rifinanziamento del Fmi il Congresso degli Stati uniti chiede conto della trasparenza dei suoi conti e dei paese che questo finanzia. E così il Fmi stesso può tenere continuamente sotto esame il governo che beneficia dei suoi prestiti, cosa che fa serve sempre.Organizzazioni come Human Rights Watch o Global Witness d'altra parte denunciano da tempo che «miliardi di dollari di reddito [generato dall'industria estrattiva e petrolifera] nei paesi più poveri del mondo non sono contabilizzati» (da Time for Transparency, rapporto pubblicato da Global Witness nel marzo scorso: vedi Terraterra del 26 marzo). Ovvero, petrolio e minerali producono grandi flussi di denaro che però non vano nelle casse degli stati ma arricchiscono élites corrotte. L'Angola è uo di questi casi: Human Rights Watch calcolava che tra il 1997 e il 2002 almeno 4,22 miliardi di dollari di reddito del petrolio non siano stati contabilizzati - nello stesso periodo il totale della spesa sociale del paese, sommando la spesa pubblica e quella di programmi pubblici e privati finanziati dalle Nazioni unite o altri aiuti internazionali, ammontava a 4,27 miliardi di dollari. Insomma, dai conti pubblici è scomparsa una cifra pari all'insieme della spesa per servizi sociali ed emergenze umanitarie. Global Witness è ancor più pessimista, stima che tra il 1997 e il 2001 siano scomparsi dai conti circa 1,7 miliardi di dollari all'anno, cioè un quarto dei proventi del petrolio. E questo in un paese che solo nel 2002 è uscito da 25 anni di guerra interna ed è considerato tra i più poveri al mondo. Sottrarre fondi alle casse dello stato significa dunque stornare soldi da infrastrutture pubbliche, acqua potabile, scuole, ospedali. E significa corruzione, e grandi conti bancari all'estero (ad esempio del presidente José Eduardo Dos Santos, denunciano organizzazioni per i diritti umani angolane e straniere). Per questo molte organizzazioni internazionali conducono una campagna chiamata «publish what you pay», pubblica ciò che paghi, che ha il corrispettivo «pubblica ciò che ricevi». Finora il governo angolano e le compagnie petrolifere americane erano stati i più refrattari a pubblicare i propri conti: il caso Chevron-Texaco dunque è una buona notizia.





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