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AGRICOLTURA, ETNIE
Le tribù di Papua accusano Londra
MARINA FORTI,
2004.08.18
La provincia di Oro, affacciata sulla costa settentrionale di Papua Nuova Guinea, è un territorio di montagne digradanti verso pianure vulcaniche, fertili e ben drenate. Vi si coltivano alberi della gomma, palma da olio, cacao, copra, e nelle zone più alpine si alleva bestiame. Il più importante tra tutti i progetti agricoli è la piantagione di palma da olio Higaturu, che copre quasi 10mila ettari di terre nel distretto di Popondetta, il capoluogo. Ed è proprio di questa piantagione che parla la lettera inviata da un avvocato ambientale di Papua New Guinea (Png) al segretario britannico per lo sviluppo Hilary Benn, a nome dei clan abitanti nella zona. La lettera, firmata dall'avvocato Damien Ase del Centre for Environmental Law and Community Rights di Png, chiede risarcimenti per 310 milioni di kina (pari a quasi 50 milioni di sterline, o 74 milioni di euro) per compensare i danni subiti: dalla perdita delle terre all'inquinamento del fiume che fornisce acqua a oltre diecimila persone. La questione potrebbe diventare molto imbarazzante per il governo di Londra. Infatti l'azionista di maggioranza della società Higaturu Oil Palms è il Gruppo Cdc (già Commonwealth Development Corporation), che è di totale proprietà del governo britannico e opera su progetti del Dipartimento allo sviluppo. In altri termini, Londra ha investito in quella piantagione circa 6 milioni di euro. La piantagione di Hugaturu è stata creata 26 anni fa su terre che però sono state acquisite illegalmente, afferma la lettera inviata a Londra. Andrew Mamoko, presidente del gruppo Ahora che rappresenta le tribu locali, spiega: «Ora siamo senza terra, tra i tanti gruppi di persone senza fonti di reddito e senza speranza che rimpiangono la propria terra mentre altri ne traggono i frutti» (a The Observer, 15 agosto). Ma non è tutto. Tra le terre incamerate dalla piantagione c'erano i luoghi di sepoltura di alcune tribu. E poi: per creare la piantagione sono state sacrificate le piccole coltivazioni per la sussistenza e il mercato locale e sono state tagliate foreste pluviali ancora vergini. L'habitat di una certa farfalla che si trova solo nella provincia di oro, la Queen Alexandra, è ridotto al lumicino.

E' la solita storia: la palma da olio ha avuto un vero e proprio boom dagli anni `90, se ne produrre un olio vegetale richiesto sia per l'alimentazione (si usa ad esempio nelle margarine come sostituto dei grassi animali), sia nella cosmetica. E' una coltura da export: enormi piantagioni sono sorte ovunque, dalla Malaysia al Borneo a Papua, a costo però di grandi estensioni di foresta e della piccola agricoltura per il mercato locale. E a costo di un grande inquinamento, perché la lavorazione dell'olio di palma richiede molta chimica. A Higaturu gli scarichi tossici di questa industria sono finiti senza nessun trattamento nel fiume Ambogo da cui traggono direttamente l'acqua gli abitanti della zona, afferma la lettera. A sostegno della denuncia delle tribu di Papua, la sezione britannica di Friends of the Earth ha raccolto testimonianze su videotapes, racconti di bebé nati deformi o morti a causa dell'inquinamento.

Il punto è che l'azienda di proprietà del governo britannico dovrebbe, per suo statuto, investire in progetti a beneficio dei paesi «in via di sviluppo» e dei loro abitanti - non sloggiare popolazioni, spianare foreste, inquinare. Il governo di Londra per ora non commenta. Un portavoce diActis, la finanziaria privata a cui la Cdc ha affidato la gestione dei suoi fondi, ha dichiarato che «prendiamo molto sul serio questo genere di accuse e siamo impegnati a lavorare con la direzione di Higaturu per migliorare la gestione ambientale della loro piantagione». Actis respinge gran parte delle accuse, sostiene che non sono gli scarichi della piantagione a inquinare il fiume e creare l'emergenza sanitaria nelle comunità. Friends of the Earth fa notare che il capo esecutivo di Cdc prende un salario di 300mila euro all'anno mentre gli operai della piantagione ne prendono 3,60 al giorno. Per loro, Cdc è una delle tante multinazionali che fanno affari senza rispettare norme ambientali e diritti delle popolazioni locali.

 
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