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ETNIE, RIFIUTI URBANI
Le discariche in terra mapuche
FULVIO GIOANETTO ,
2004.09.10
La popolazione indigena mapuche la chiama Wallj mapu. Un immenso territorio che conosciamo come Patagonia, terre australi oggi frammentate e divise politicamente fra Cile (Gulu mapu) e Argentina (Puel mapu). Dopo secoli di sterminio culturale e fisico, di saccheggio delle risorse, di distruzione di biodiversità per installare le tanto decantate praterie (la pampa) per le mandrie di ovini da lana, è anche arrivato il tempo dell'avvelenamento e della biopirateria. Le enormi distanze che separano la Patagonia dalle due capitali federali l'hanno resa ancora più isolata e vulnerabile a ogni tipo di ingiustizia, condannando i popoli nativi, che continuano a reclamare giustizia, territorio ed autodeterminazione, a essere figure ornamentali negli immensi paesaggi sconfinati che tanto arricchiscono i depliant dell'ecoturismo e del turismo d'avventura. Grandi risorse terrestri e marine svendute o subappaltate alle transnazionali di turno, come i casi dei boschi del Rincon de Aceite (Argentina), oggi considerata dagli specialisti il maggiore disastro ecologico della Patagonia, o l'irrimediabile crisi peschiera provocata lungo la costa Chubutesne per la pesca incontrollata delle navi-fabbrica spagnole, thailandesi e spagnole - quei pescherecci che sembrano stabilimenti industriali tanto sono attrezzati per seguire i banchi di pesce, pescare e lavorare il pescato.

L'ultimo caso di usurpazione nei confronti dei mapuche è quello che coinvolge le comunità della Novena Regione cilena, giù nel meridione del paese, che stanno lottando non solo più per rivendicare le loro terre ancestrali, ma tanto per cominciare perché cessi l'avvelenamento pubblico provocato dalle discariche a cielo aperto. Ogni mese intorno a queste 17 comunità mapuche vengono scaricate circa 11.500 tonnellate di pattume in 28 discariche che operano nel loro territorio, delle quali almeno 15 hanno già superato da tempo la loro capienza. Si sono moltiplicate i casi di bambini che vivono nei pressi delle discariche uccisi da «batteri assassini», come li chiama la stampa locale - come il caso della comunità di Boyeco. Così, stanchi di protestare senza essere ascoltati, i mapuche hanno deciso di bloccare l'entrata delle discariche di Boyeco, di Ancue, di Llancamil, di Ranquito Alto e di Pelahuenco. Altri gruppi mapuche hanno incendiato i trattori e i macchinari dell'impresa Siles a Boyeco, dove la discarica continua ad avvelenare non solo gli umani ma anche le lagune e i pantani adiacenti - come quello di Cusaco, dove la popolazione pesca e raccoglie piante medicinali.

Dicono i protagonisti della protesta: il semplice fatto che esista una discarica, e di quelle dimensioni (con quel livello di inquinamento ambientale), non solo limita qualsiasi possibilità di sviluppo economico locale ma altera il sistema di vita dei mapuche, per il quali il territorio è visto e vissuto come un equilibrio fra le forze della natura e la propria forma di vita. Ne consegue la distruzione delle risorse naturali (acque, pesci, piante, allevamento), cosa che poi spinge sempre più persone a emigrare verso le città.

Altre organizzazioni mapuche (http://www.mapuexpress.net) denunciano un nuovo caso di «biopirateria»: si tratta di due botanici del Dipartimento di farmacologia dell'Università di Copenhagen, Danimarca, che con il finanziamento di una organizzazione privata cilena (la Fundacion para la Inovacion Agraria), hanno svolto diverse ricerche fra i terapeuti Mapuche, recuperando specimen freschi di 21 piante locali con uso farmacologico e raccogliendo informazioni sul loro uso tradizionale: per sparire poi nel nulla. Richiamandosi alle convenzioni internazionali sottoscritte dal governo cileno (Programma 21, la Convenzione sulla diversità biologica e la Dichiarazione di Rio de Janeiro), i mapuche chiedono il rispetto della diversità biologica e delle conoscenze tradizionali nelle loro terre.



 
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