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AGRICOLTURA, BIOTECNOLOGIE
Golden rice e meraviglie degli ibridi
FRANCO CARLINI ,
2004.11.09
Il «golden rice» è molte volte citato dai sostenitori delle biotecnologie applicate all'agricoltura: luminoso esempio di come la manipolazione genetica delle piante possa aiutare i popoli più sfortunati. Questo riso ingegnerizzato ha un elevato contenuto di beta-carotene e dunque sarebbe ben adatto a contrastare la carenza di vitamina A in molte diete povere. A sua volta, la deficienza di questa vitamina indebolisce il sistema immunitario ed è considerata una causa sia di cecità che di morte di più di un milione di bambini ogni anno. Il fenomeno è stato rilevato specialmente in India che conta circa 13 milioni di ciechi. Il riso d'oro è stato inventato da un ricercatore svizzero, Ingo Potrykus, e da un suo collega tedesco, Peter Beyer. Il brevetto è detenuto in parte dalla Monsanto che con una vistosa operazione di pubbliche relazioni ha dichiarato a suo tempo di metterlo gratuitamente a disposizione dell'umanità. In realtà le cose sono un po' più complicate. Roberto Pinton dell'associazione Consortium ha fatto notare di recente che gli stessi nutrizionisti hanno già messo in dubbio il potere taumaturgico del golden rice. In particolare Marion Nestle, direttore del Department of Nutrition and Food Studies della New York University, ha scritto che «digestione, assorbimento e trasporto del beta-carotene richiedono un funzionamento efficiente degli organi digerenti, adeguate riserve proteiche e lipidiche, un buon apporto calorico e una dieta con equilibrato apporto di proteine e grassi». In altre parole, spiega Pinton, «proprio la deficienza nutritiva che il golden rice vorrebbe combattere è l'ostacolo alla sua efficacia (e, presumibilmente, a quella di altri prodotti geneticamente ingegnerizzati per arricchirli). La triste, ma banale verità è che per risolvere le carenze vitaminiche nei paesi in via di sviluppo è necessario migliorare le condizioni socio-economiche delle popolazioni, garantendo pasti regolari e completi ... A condannare bambini e adulti alla cecità e alla morte non è la mancanza di un riso Ogm, ma, più tragicamente, sono la fame e la malnutrizione, per eliminare le quali il nuovo riso Ogm è del tutto impotente e quindi inutile». Più chiari di così....

Il che non significa, invece, che le ricerche sul non abbiano senso e ne sono ben consapevoli le Nazioni unite che avevano dichiarato il 2004 «anno internazionale del riso». Alla Fao, a Roma, agli inizi di ottobre, in occasione della giornata mondiale del cibo, due scienziati, l'uno giapponese e l'altro cinese, sono stati premiati per le loro ricerche in proposito. Il giapponese Takuji Sasaki e la sua numerosa equipe di ricerca per aver decodificato nel 2002 la struttura genetica del cromosoma 1 del riso (Nature, volume 420, pag. 312). Questo è il più lungo cromosoma nel genoma del riso e la sua mappatura pressoché completa risulterà di grande utilità. Secondo Louise Fresco della Fao, tale conoscenza dettagliata dei geni «faciliterà gli sforzi nello sviluppo di varietà di riso con rese migliori, resistenza allo stress e contenuti nutritivi più ricchi». Come? Attraverso gli incroci, in questo caso fondati sul dettaglio della mappa ma non necessariamente manipolando i geni.

Che poi è quanto ha fatto l'altro premiato di quest'anno, il cinese Youyong Zhu, presidente della Yunnan Agricultural University. Egli ha ricevuto il premio per un suo articolo pubblicato nell'agosto del 200 ancora sulla rivista Nature (vol. 406, pag. 718) e intitolato «Diversità genetica e controllo delle malattie nel riso». Zhu ha dimostrato che utilizzando la diversità genetica delle varietà di riso può essere ridotto vistosamente l'effetto distruttivo del «rice blast» (in italiano brusone), un fungo micidiale che causa perdite enorme ai raccolti: nello Yunnan arrivano al 45 per cento. La ricerca ha incrociato il riso ad alta resa, suscettibile al fungo, con varietà ibride di riso indica, ottenendo un controllo del 92-99 per cento della malattia e riuscendo così a produrre una tonnellata di riso in più per ettaro, rispetto alle monocolture precedenti. Hanno scritto gli autori: «L'eterogeneità delle colture è una possibile soluzione alla vulnerabilità alle malattie delle monoculture».

 
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