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ALIMENTAZIONE
Se il Nord si mangia il Sud
FRANCO CARLINI,
2004.11.19
Bushmeat è la carne selvaggia, ovvero l'alimento ottenuto dalla selvaggina. E in proposito, da tempo in diversi paesi africani è cresciuto l'allarme perché cresce la caccia agli animali nei parchi naturali e nelle riserve, in molti casi arrivando a minacciare la sopravvivenza delle specie stesse: gorilla, scimpanzè e altri primati sono particolarmente a rischio. Le cause di questa pressione sugli animali selvatici sono molte e in alcuni casi ben identificabili, legate a guerre e razzie che spingono le popolazioni a cibarsi di quello che trovano. E' successo in Congo e Ruanda. Ma ci sono fenomeni più strutturali e perciò anche più preoccupanti, come quello studiato da un gruppo di ricercatori inglesi, americani, canadesi e ghanesi e recentemente pubblicato sulla rivista Science (volume 306, pag. 1180). Justin S. Brashares e i suoi colleghi hanno studiato analiticamente l'andamento del fenomeno nel Ghana, facendo ricorso a dati storici relativi agli ultimi 30 anni, e hanno scoperto che c'è una stretta e documentata correlazione tra l'aumento della caccia alla selvaggina e la disponibilità di pesce sui mercati. In sostanza, sia la carne degli animali di terra che il pesce sono preziose e ineliminabili fonti di proteine per l'alimentazione. Nel Ghana, un paese da 20 milioni di abitanti, quasi tutto il territorio si trova a soli 100 chilometri dalle coste e tradizionalmente il pesce è la base alimentare favorita, tant'è vero che esso arriva fin nei mercati dei paesi dell'interno. Ma negli anni, l'approvvigionamento di pesce ha subito diverse oscillazioni, sia legate a fattori temporali che a elementi di fondo e ovviamente con l'offerta variano anche i prezzi. I ricercatori dunque hanno scoperto quantitativamente, con numeri precisi, che quando la disponibilità di pesce è minore e i prezzi più alti, allora cresce parallelamente la caccia. Lo hanno potuto rilevare anche ricorrendo al numero di avvistamenti di bracconieri nei sei parchi del Ghana, puntualmente registrato dai ranger locali. Hanno anche misurato il declino di 41 specie di animali (primati, carnivori ed erbivori), arrivando a stimare che dal 1970 al 1998, la biomassa di queste 41 specie è scesa del 76% e che tra il 16 e il 45% di esse sono localmente estinte.

Questa curva distruttiva va in assoluto parallelo con l'andamento della pesca: nell'intero golfo di Guinea, dove il Ghana si affaccia, la biomassa di pesci nelle acque costiere e anche in alto mare è diminuita del 50%. Il tutto in contrasto con un andamento demografico che ha visto una crescita di tre volte della popolazione: in altre parole, malgrado la pesca sia aumentata, la disponibilità di proteine per abitante è diminuita; nessuna meraviglia, dunque, che gli animali selvatici vengano cacciati più intensamente per nutrirsi e non solo come simulacri magici da impagliare (ad Accra c'è un enorme mercato all'aperto, tradizionale e un po' terribile).

Se queste sono le coordinate materiali del problema, è anche evidente, secondo i ricercatori, che la situazione è prossima al collasso e può solo peggiorare. E' anche chiaro che altre politiche sono possibili, come la crescita degli allevamenti, ma questo richiede risorse e soprattutto, tempo a disposizione, che non c'è. Allora? Un provvedimento drastico probabilmente sarebbe il cambio delle politiche relative ai permessi di pesca e qui la questione riguarda anche e soprattutto noi europei. Nel Ghana, ma anche negli altri paesi dell'Africa occidentale come Senegal, Mauritania, Guinea-Bissau, da anni i paesi europei, specialmente Spagna e Francia, vanno a pesca, avendo stipulato vantaggiosi contratti e accordi bilaterali con i singoli paesi: in pratica valuta pesante in cambio di diritti di pesca che in qualche modo dovrebbero essere a quote, ma dove i controlli sono minimi. Si aggiunga il fatto che queste flotte di pescherecci ad alta resa sono anche sussidiati dai paesi di appartenenza o dalla Ue e il quadro è completo: in una micidiale sequenza, il gran numero di battelli va spopolando anche quei mari; contemporaneamente, deprime la pesca locale e i suoi posti di lavoro e riduce la disponibilità di pesce sui mercati africani.

 
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