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AGRICOLTURA
La via del cotone: passaggio in Africa
LUCA MANES,
2004.12.14
Carla Francesco e Helen Berhane sono due giovani donne eritree, in questi giorni in Italia per raccontare la loro esperienza di tessitrici di cotone. Qualcuno ricorderà: il problema del cotone era stato sollevato con una certa insistenza l'anno scorso dai paesi produttori dell'Africa occidentale - Mali, Benin, Senegal e Burkina Faso - alla conferenza ministeriale del Wto, a Cancun, in Messico: era stato però dimenticato quasi subito dai media e dai decisori politici, appena terminata la conferenza messicana. Il problema sta nei miliardi di dollari di sussidi elargiti ai produttori di cotone, in particolare negli Stati Uniti, a scapito di milioni di coltivatori e di produttori del Sud del mondo che non riescono a competere con i prezzi stracciati grazie ai sussidi. I paesi africani avevano chiesto a Cancun che la questione cotone venisse negoziata in un tavolo specifico, per affrontare nel dettaglio tutti i gravi rischi che una non-regolazione di questo mercato può provocare per la sopravvivenza delle loro povere economie locali. Per il Wto, il cotone è diventato così una «mina» negoziale che minacciava il nuovo accordo raggiunto a Ginevra nel luglio scorso: e la mina è stata disinnescata con la pressione statunitense ed europea, in particolare su Benin e Mali, con il ricatto di ridurre gli aiuti allo sviluppo. Eppure, basta prendere l'esempio dell'Eritrea per capire come la risorsa del cotone possa fare tanto per far uscire l'Africa dalla tremenda spirale della povertà. Questo ci hanno raccontato Carla Francesco e Helen Berhane, che abbiamo incontrato a Roma - il loro viaggio fa parte della campagna La via del Cotone: Passaggio in Africa, promossa da Tradewatch (http://tradewatch.splinder.com), l'osservatorio sull'economia globale e il commercio internazionale, nato dopo Cancun per iniziativa di Rete Lilliput, Roba dell'Altro Mondo, Mani Tese, Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Crocevia e Gruppo d'appoggio italiano al movimento contadino in Africa occidentale.
Dunque, in Eritrea, grazie a un progetto avviato da Mani Tese nel 2001, molte donne hanno avuto l'opportunità di imparare la tessitura del cotone biologico, producendo tra l'altro coloratissime sciarpine (in Italia distribuite da Roba dell'Altro Mondo, rispettando i principi del commercio equo). Fino a ora sono state coinvolte nel progetto circa 450 donne di Afabet, musulmane osservanti, che non avevano mai lavorato fuori casa e che oggi contribuiscono con un piccolo progetto sostenibile al reddito della loro comunità. Carla Francesco ci ha spiegato come una tale iniziativa abbia cambiato in meglio la vita di tante persone. Costretta ad abbandonare il paesino di Barentù durante la terza offensiva etiope in Eritrea, Carla ha vissuto per un periodo nel campo profughi di Tabidà, dove è venuta in contatto con i responsabili del progetto di Mani Tese. Conosceva i vestiti tradizionali ma non aveva mai tessuto cotone in vita sua. Ha però colto al volo l'occasione. «Non credevo di riuscire a usare il telaio, per me è stata una vera sfida, che ho dovuto affrontare con tutta la mia determinazione», ci ha detto Carla, che ora non solo realizza i prodotti che poi vende, ma ha anche il ruolo di insegnare ad altre donne i rudimenti della lavorazione del cotone. E' questa una delle cose che più la inorgoglisce, il poter trasmettere il suo prezioso sapere, anche se per fare ciò si deve allontanare da casa per periodi di ben sei mesi, ovvero tutta la durata dei corsi. Carla ha insegnato anche a un figlio e una figlia come adoperare il telaio. «Volevo assolutamente coinvolgere la mia famiglia, composta da sette figli e tre nipoti, nella lavorazione del cotone, che tanto ha migliorato le mie condizioni di vita. Adesso abitiamo in una casa di due camere, invece che di una camera sola come prima, e abbiamo acquistato del bestiame da cui ricaviamo buona parte del cibo che mangiamo. Il mio sogno per il futuro è di aprire un negozio con i miei figli per poter vendere le sciarpe e i vestiti in cotone che produciamo». Speriamo il Wto non ci si metta di mezzo.
Dunque, in Eritrea, grazie a un progetto avviato da Mani Tese nel 2001, molte donne hanno avuto l'opportunità di imparare la tessitura del cotone biologico, producendo tra l'altro coloratissime sciarpine (in Italia distribuite da Roba dell'Altro Mondo, rispettando i principi del commercio equo). Fino a ora sono state coinvolte nel progetto circa 450 donne di Afabet, musulmane osservanti, che non avevano mai lavorato fuori casa e che oggi contribuiscono con un piccolo progetto sostenibile al reddito della loro comunità. Carla Francesco ci ha spiegato come una tale iniziativa abbia cambiato in meglio la vita di tante persone. Costretta ad abbandonare il paesino di Barentù durante la terza offensiva etiope in Eritrea, Carla ha vissuto per un periodo nel campo profughi di Tabidà, dove è venuta in contatto con i responsabili del progetto di Mani Tese. Conosceva i vestiti tradizionali ma non aveva mai tessuto cotone in vita sua. Ha però colto al volo l'occasione. «Non credevo di riuscire a usare il telaio, per me è stata una vera sfida, che ho dovuto affrontare con tutta la mia determinazione», ci ha detto Carla, che ora non solo realizza i prodotti che poi vende, ma ha anche il ruolo di insegnare ad altre donne i rudimenti della lavorazione del cotone. E' questa una delle cose che più la inorgoglisce, il poter trasmettere il suo prezioso sapere, anche se per fare ciò si deve allontanare da casa per periodi di ben sei mesi, ovvero tutta la durata dei corsi. Carla ha insegnato anche a un figlio e una figlia come adoperare il telaio. «Volevo assolutamente coinvolgere la mia famiglia, composta da sette figli e tre nipoti, nella lavorazione del cotone, che tanto ha migliorato le mie condizioni di vita. Adesso abitiamo in una casa di due camere, invece che di una camera sola come prima, e abbiamo acquistato del bestiame da cui ricaviamo buona parte del cibo che mangiamo. Il mio sogno per il futuro è di aprire un negozio con i miei figli per poter vendere le sciarpe e i vestiti in cotone che produciamo». Speriamo il Wto non ci si metta di mezzo.




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