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ALIMENTAZIONE
La Cina è «sazia» di aiuti
MARINA FORTI
,
2004.12.15
La Cina, con il suo miliardo e 300 milioni di abitanti, non ha più bisogno di «aiuti». Lo ha annunciato ieri il Programma alimentare mondiale (Pam), l'agenzia delle Nazioni unite per le emergenze, per bocca del suo direttore esecutivo James Morris: «Alla fine del 2005 non saremo più un programma operativo in Cina. La Cina non ha più bisogno di noi». In Cina dal 1979, il Pam ha aiutato direttamente circa 30 milioni di cinesi, per lo più abitanti di regioni remote centrali e occidentali dell'immenso paese, sia con aiuti alimentari diretti, sia attraverso la costruzione di infrastrutture di comunità come strade, sistemi di irrigazione, sistemi di acqua potabile, nel quadro di programmi di «cibo in cambio di lavoro» o di addestramento. Ma ormai la Cina «è riuscita a sollevare dalla povertà 300 milioni dei suoi abitanti, in meno di una generazione: una delle più grandi conquiste del 20simo secolo», ha commentato Morris, in visita a Pechino. Al contrario, ormai è in grado di aiutare: si è impegnata ad aumentare il suo contributo al Pam per l'anno prossimo», anche se non sono state fatte cifre (quest'anno ha donato circa 25 milioni di dollari), e sembra disposta a mettere a disposizione anche la sua expertise nella risposta a disastri naturali o carestie: spesso afflitta da simili disastri, la Cina ha sviluppato «capacità esemplari» nel gestire le conseguenze, fa notare l'agenzia dell'Onu.
La notizia dunque è che la Cina non rientra più tra i paesi che meritano di ricevere aiuti umanitari - rientra invece tra i paesi «donatori». E' ben vero che la Cina ha saputo sconfiggere la fame. A metà degli anni `90 ha raggiunto l'autosufficenza alimentare: si pensi che quasi mezzo secolo fa, alla fine degli anni '50, quando la strategia di modernizzazione delle campagne cinesi chiamata «grande balzo in avanti» era fallita lasciando rovina economica, la gran massa dei cinesi ha sofferto una carestia spaventosa (a posteriori molti stimano che siano morti di fame 30 milioni di persone). Da allora la Cina è riuscita a espandere la produzione alimentare in modo impressionante: produceva 90 milioni di tonnellate di cereali nel 1950, ne ha raccolti 392 milioni di tonnellate nel 1998 (sono dati citati da Lester Brown, il fondatore del Earth Policy Institute di Washington che ha studiato a fondo la politica agricola cinese). E però quell'anno è stato un record: da allora la produzione è scesa, fino a 322 milioni di tonnellate nel 2003, ovvero il 17% meno - soprattutto, sono 19 milioni di tonnellate di grano meno di quante ne abbia consumate: qualche mese fa un giornale economico come il Financial Times aveva aperto la sua prima pagina con la notizia che la Cina è diventata un importatore netto di cereali, base della produzione alimentare.
Dal punto di vista del Programma alimentare mondiale, ciò che conta non è che la Cina copra per intero il suo fabbisogno quanto il fatto che è perfettamente in grado di acquistare sul mercato quello che manca. E questo è vero, l'economia cinese è cresciuta nell'ultimo decennio a ritmi superiori al 9% annuo, l'anno scorso ha contato da sola per un quarto della crescita economica mondiale. E però quella crescita è concentrata nelle province orientali e nelle aree urbane e industriali: nella corsa alla crescita economica l'enorme retroterra rurale cinese è il «perdente». Stanno crescendo disparità impresisonanti nel tenore di vita tra le diverse regioni, e anche tra ricchi e poveri all'interno della stessa regione. Il calo della produzione alimentare ad esempio è l'effetto combinato del degrado dei territori (la Cina ha un problema di desertificazione impressionante) e di espansione delle aree urbane e industriali che sottraggono terra e braccia all'agricoltura (meno redditizia), o di scelte «di mercato» come quella di coltivare ortaggi per i mercati urbani piuttosto che grano, che rende meno. Viene da chiedersi che ne sarà dei villaggi delle regioni centrali e occidentali dove il Pam ha lavorato in questi anni. Ieri James Morris si è detto certo che le autorità cinesi sapranno affrontare il problema delle diseguaglianze e della sicurezza alimentare.
La notizia dunque è che la Cina non rientra più tra i paesi che meritano di ricevere aiuti umanitari - rientra invece tra i paesi «donatori». E' ben vero che la Cina ha saputo sconfiggere la fame. A metà degli anni `90 ha raggiunto l'autosufficenza alimentare: si pensi che quasi mezzo secolo fa, alla fine degli anni '50, quando la strategia di modernizzazione delle campagne cinesi chiamata «grande balzo in avanti» era fallita lasciando rovina economica, la gran massa dei cinesi ha sofferto una carestia spaventosa (a posteriori molti stimano che siano morti di fame 30 milioni di persone). Da allora la Cina è riuscita a espandere la produzione alimentare in modo impressionante: produceva 90 milioni di tonnellate di cereali nel 1950, ne ha raccolti 392 milioni di tonnellate nel 1998 (sono dati citati da Lester Brown, il fondatore del Earth Policy Institute di Washington che ha studiato a fondo la politica agricola cinese). E però quell'anno è stato un record: da allora la produzione è scesa, fino a 322 milioni di tonnellate nel 2003, ovvero il 17% meno - soprattutto, sono 19 milioni di tonnellate di grano meno di quante ne abbia consumate: qualche mese fa un giornale economico come il Financial Times aveva aperto la sua prima pagina con la notizia che la Cina è diventata un importatore netto di cereali, base della produzione alimentare.
Dal punto di vista del Programma alimentare mondiale, ciò che conta non è che la Cina copra per intero il suo fabbisogno quanto il fatto che è perfettamente in grado di acquistare sul mercato quello che manca. E questo è vero, l'economia cinese è cresciuta nell'ultimo decennio a ritmi superiori al 9% annuo, l'anno scorso ha contato da sola per un quarto della crescita economica mondiale. E però quella crescita è concentrata nelle province orientali e nelle aree urbane e industriali: nella corsa alla crescita economica l'enorme retroterra rurale cinese è il «perdente». Stanno crescendo disparità impresisonanti nel tenore di vita tra le diverse regioni, e anche tra ricchi e poveri all'interno della stessa regione. Il calo della produzione alimentare ad esempio è l'effetto combinato del degrado dei territori (la Cina ha un problema di desertificazione impressionante) e di espansione delle aree urbane e industriali che sottraggono terra e braccia all'agricoltura (meno redditizia), o di scelte «di mercato» come quella di coltivare ortaggi per i mercati urbani piuttosto che grano, che rende meno. Viene da chiedersi che ne sarà dei villaggi delle regioni centrali e occidentali dove il Pam ha lavorato in questi anni. Ieri James Morris si è detto certo che le autorità cinesi sapranno affrontare il problema delle diseguaglianze e della sicurezza alimentare.





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