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ETNIE, AMBIENTE
Gli Inuit, il clima e i diritti umani
MARINA FORTI ,
2004.12.18
Gli Inuit, nome collettivo delle popolazioni native che vivono nel circolo polare Artico, vogliono cambiare i termini della questione «clima». Il riscaldamento dell'atmosfera terrestre che ha cominciato a manifestarsi nella regione artica in modo drammatico, sostengono, non è più solo una questione ambientale: è una aggressione ai loro diritti umani fondamentali. Per questo hanno deciso di rivolgersi alla Commissione inter-americana per i Diritti umani, e di citare le responsabilità degli Stati uniti. Lo ha annunciato Sheila Watt-Cloutier, presidente eletta della Conferenza Circumpolare Inuit, il gruppo «quasi governativo» riconosciuto dalle Nazioni unite come rappresentante degli Inuit. La signora Watt-Cloutier si è rivolta l'altro giorno ai partecipanti della decima conferenza dei 190 paesi firmatari della Convenzione sul Clima, che si concludeva ieri sera nella capitale argentina Buenos Aires. Ha fatto notare che le popolazioni viventi nell'artico risentono già del riscaldamento del clima. Ha citato il rapporto commissionato dal Consiglio dell'Artico, l'organizzazione delle nazioni affacciate sull'oceano ghiacciato che ricopre (ancora) il Polo nord del pianeta: Canada, Danimarca, Finlandia, Svezia, Islanda, Norvegia, Stati uniti, Russia e Nunavut (la nazione Inuit sovrana nel territorio nordamericano una volta appartenente al Canada). Quel rapporto, pubblicato il 2 novembre scorso, affermava che l'Artico si sta scaldando due volte più veloce del pianeta nel suo insieme, e che «il fattore dominante» di questo cambiamento sono le emissioni di gas di serra prodotte da attività umane (la combustione di fossili come petrolio e carbone, cioè l'insieme di sistemi energetici, automobili, industrie). Dava inoltre un impressionante resoconto degli effetti già visibili nella regione artica: lo scioglimento del permafrost (lo strato di terra ghiacciata perenne delle tundre polari) e l'assottigliarsi dello strato di ghiaccio polare. Senza permafrost collassano costruzioni, strade e infrastrutture che su quella terra ghiacciata avevano le fondamenta. Con l'aumento della temperatura e il ripetersi di estati secche nelle foreste dell'Alaska e della Siberia di moltiplicano incendi e invasioni di parassiti che una volta non si spingevano così a nord. Declina l'ecosistema che sorregge i grandi mammiferi marini polari, che rischiano l'estinzione in tempi brevi. Insieme, scompare tutto ciò che ha costituito la vita dei nativi Inuit.

Su questo punto insiste Watt-Cloutier: il riscaldamento del clima nella regione artica è il colpo finale al modo di vita degli Inuit. La Conferenza Inuit prepara dunque la sua petizione con l'aiuto di Earthjustice, gruppo di avvocati ambientalisti di San Francisco, e del Centre for International Environmental Law (Ciel) di Washington. Chiama in causa il governo di Washington: di fronte a una minaccia ormai chiara (il cambiamento del clima) e dalle cause riconosciute (le emissioni di gas di serra), su cui esiste un sonsenso scientifico e tra i governi (incluso quello di Washington), gli Stati uniti rifiutano di prendere contromisure - sono la nazione che produce da sola un quarto delle emissioni di gas di serra al mondo, e sono quella che ri è tirata fuori dal Protocollo di Kyoto, l'unico trattato internazionale che prescrive ai paesi industrializzati riduzioni obbligatorie delle loro emissioni. Secondo Donald Goldberg, avvocato del Ciel, «il cambiamento del clima è una questione di diritti umani senza precedenti. Pone un pericolo immediato agli Inuit e altri abitanti dell'Artico, ma milioni di persone in zone montane, piccole isole basse e regioni costiere o altre parti vulnerabili del mondo saranno presto altrettanto minacciate» (riferisce da Buenos Aires il Environmental News service). La Commisisone interamericana per i diritti umani è un organismo dell'Organizzazione degli Stato Americani: una sua eventuale condanna degli Stati uniti non ha valore di legge. Potrebbe però costituire la base per possibili cause legali, fa notare il New York Times: o contro gli Stati uniti in un tribunale internazionale, o contro le aziende o il governo Usa nei tribunali federali americani.

 
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