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PETROLIO, DIRITTI UMANI
Birmania: Unocal comincia a pagare
MARINA FORTI,
2004.12.17
Unocal, una delle maggiori multinazionali petrolifere statunitensi, ha deciso di pagare per chiudere il caso giudiziario che la vede imputata per violazione dei diritti umani in Myanmar (Birmania). L'annuncio è stato dato con un comunicato congiunto delle due parti: da un lato la compagnia petrolifera con sede a El Segundo, California; dall'altro gli avvocati che rappresentano 15 contadini birmani, poverissime persone che oggi vivono profughe in Thailandia e a cui i tribunali americani hanno permesso di celare le proprie identità sotto lo pseudonimo collettivo di «John Doe» o «Jane Doe» e un numero, per sicurezza. Sono alcune delle migliaia di persone che vivevano nella penisola di Tenasserim, remota regione all'estremo sud della Birmania: è là che negli anni '90 la giunta militare più autoritaria al mondo aveva avviato il «progetto Yadana», cioè la costruzione di un gasdotto che collega le stazioni offshore nel mar delle Andamane con la costa della Thailandia, sul Golfo del Siam, attraverso la penisola di Tenasserim. Per fare spazio al gasdotto in quella zona di jungla, coltivazioni sparse e villaggi, l'esercito birmano ha aperto strade, tirato su alloggiamenti per i militari e i tecnici stranieri, costruito eliporti. Lungo il tracciato del gasdotto i villaggi sono stati rasi al suolo, la popolazione costretta alla fuga o arruolata come manodopera ai lavori forzati. I fortunati sono riusciti a fuggire, portando con sé racconti terribili (vedi terraterra, 23 ottobre 2002).

Otto anni fa dunque un piccolo gruppo di fuggiaschi della penisola di Tenasserim, sostenuti da sindacalisti birmani e da due organizzazioni americane per i diritti umani, hanno avviato una causa negli Stati uniti contro la compagnia petrolifera, accusandola di complicità negli omicidi, la riduzione ai lavori forzati, gli stupri e le violenze commessi dall'esercito birmano nell'ambito del progetto Yadana. La cosa forse più notevole è che il tribunale federale di San Francisco, California, un paio d'anni fa ha giudicato la causa ammissibile: ovvero, che le testimonianze e gli elementi portati dalla parte lesa erano più che sufficenti a rinviare a giudizio la compagnia petrolifera.

Ora Unocal ha deciso di patteggiare un accordo extragiudiziario - e con questo ha evitato di comparire in aula per il processo vero e proprio, che sarebbe cominciato lunedì scorso. I termini dell'accordo sono ancora in fase di negoziato e nessuna delle due parti ha fornito dettagli. L'azienda si limita a dire che verserà una somma ancora non specificata ai querelanti e che finanzierà programmi per migliorare le condizioni di vita delle persone che hanno sofferto a causa di quel gasdotto - e aggiunge che la compagnia «si impegna a rispettare i principi dei diritti umani». Gli avvocati del International Labour Rights Fund e di EarthRights, i due gruppi per i diritti umani e del lavoro che hanno patrocinato la causa, si dicono soddisfatti: le vittime di quella mostruosa ingiustizia riceveranno finalmente qualche riparazione. Il fatto che Unocal debba scendere a patti, aggiungono, costituirà un precedente. Per otto anni, la compagnia petrolifera si è difesa dicendo che non può rispondere di atrocità commesse dai militari birmani - ha dovuto ammettere però che per contratto quei militari dovevano garantire la sicurezza sul tracciato del gasdotto. Unocal non è la prima azienda americana citata in causa presso i tribunali Usa per violazioni commesse all'estero: altre ce ne sono che riguardano abusi commessi in Colombia, Indonesia, Nigeria e altrove, e coinvolgono multinazionali come Ford Motors, Ibm o ExxonMobil. E però la compagnia petrolifera californiana è la prima ad arrivare al processo vero e proprio - e quindi a scegliere il patteggiamento. E questo esito terrorizza le altre: tanto che l'altro ieri il Us Council for International Business, che rappresenta le compagnie multinazionali americane, ha commentato che la decisione di Unocal di patteggiare non diminuisce la loro opposizione alle cause legali «inappropriate» presentate nei tribunali americani contro di loro.

 
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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