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ARCHEOLOGIA, COMMERCIO
Teotihuacan, il dopo Wal-Mart
FULVIO GIOANETTO
,
2005.03.25
Ormai è fatta. Il supermercato Aurrera, della multinazionale statunitense Wal-Mart, ha aperto i battenti nella zona archeologica C di Teotihuacan. Poco hanno pesato le proteste dei gruppi cittadini, i picchetti dei venditori ambulanti di fronte al cantiere, lo sciopero della fame di diversi attivisti. Le petizioni firmate da migliaia di cittadini e da più di un centinaio fra intellettuali, artisti, musicisti e scrittori non hanno potuto bloccare l'apertura del supermercato. Il giorno dell'apertura la scena era divisa: da un lato il Fronte civico di difesa della valle di Teotihuacan, un coordinamento di decine di gruppi ambientalisti, cittadini ed attivisti contrari all'espansione del gigante alimentare statunitense, volantinava per spiegare a centinaia di consumatori che aspettavano in fila l'apertura del supermercato. Spiegavano che quella era una «tragedia consumistica autorizzata dal municipio e dall'Inah» (l'ente federale per la protezione del patrimonio archeologico e storico messicano). Dentro, intanto, protetti da duecento poliziotti in tenuta antisommossa, i dipendenti del supermercato regalavano bibite, fette di torta, patatine e dolci ai consumatori in attesa. Raggiante, il vicepresidente della società Raul Arguelles mostrava ai cronisti i permessi di costruzione rilasciati da tante autorità complici, dall'Unesco all'Icomos e, minimizzando le proteste dichiarava: «Il Fronte civico Teotihuacano è un piccolo gruppo motivato da interessi commerciali e personali».
Peccato che si sia dimenticato di segnalare che Wal-Mart ha dichiarato lo scorso anno vendite per 256.000 milioni di dollari nel mondo, che ha fatto donazioni di 1.800 milioni di dollari per la campagna elettorale del presidente George W. Bush (secondo Political Money Line), che è sotto processo per non aver rispettato i contratti di lavoro di centinaia di dipendenti e per aver assumere indocumentados, immigrati senza permessi di lavoro e di approfittare della loro condizione per sottopagarli e sfruttarli con più ore di lavoro mal pagato (pochi giorni fa, Wal-Mart ha accettato di chiudere il processo con un accordo extragiudiziario, riconoscendo la sua responsabilità). E di dire che, solo negli Usa, sono state bloccate le costruzioni e i progetti di almeno 28 supermercati del gruppo per pratiche monopolistiche e per la pressione di gruppi di cittadini e ambientalisti.
Peccato poi che, durante la felice kermesse, ci siano stati alcuni contrattempi: ritardo di più di sei ore per difficoltà elettriche alle casse («vendetta degli dei», commentavano alcune voci maliziose), che fra le casse 6 e 7 si possa ancora vedere qualche rimasuglio di alcuni reperti archeologici trovati durante la costruzione (catalogati ovviamente come «alcuni mattoni e reperti recenti non catalogati»), che una piccola rissa pare fra familiari abbia danneggiato alcune auto e che il fatturato del supermercato sia stato minimo («la gente viene più per vedere che per comprare», dichiaravano sincere alcune cassiere ai cronisti).
L'apertura del supermercato in Teotihuacan, la splendida «città degli dei», non è ovviamente la fine del movimento contro Wal-Mart. Al contrario, le campagne, le mobilitazioni e le petizioni sono servite a informare l'opinione pubblica su quel che rappresenta non solo lo scempio culturale, storico e sociale di questo supermercato ma anche a far riflettere su quello che è un monopolio consumistico e sull'impatto che rappresenterà su tanti commercianti ambulanti e piccoli commerci locali. E, come dicono i coordinatori del fronte civico, «la lotta terminerà quando si castigherrano i responsabili per questi permessi di costruzione. Dobbiamo ancora ricorrere a tante istituzioni: possiamo ancora cacciare la transnazionale dalla nostra Teotihuacan e bloccare questa nuova aggressione capitalistica contro le radici storiche ed economiche della zona».
Peccato che si sia dimenticato di segnalare che Wal-Mart ha dichiarato lo scorso anno vendite per 256.000 milioni di dollari nel mondo, che ha fatto donazioni di 1.800 milioni di dollari per la campagna elettorale del presidente George W. Bush (secondo Political Money Line), che è sotto processo per non aver rispettato i contratti di lavoro di centinaia di dipendenti e per aver assumere indocumentados, immigrati senza permessi di lavoro e di approfittare della loro condizione per sottopagarli e sfruttarli con più ore di lavoro mal pagato (pochi giorni fa, Wal-Mart ha accettato di chiudere il processo con un accordo extragiudiziario, riconoscendo la sua responsabilità). E di dire che, solo negli Usa, sono state bloccate le costruzioni e i progetti di almeno 28 supermercati del gruppo per pratiche monopolistiche e per la pressione di gruppi di cittadini e ambientalisti.
Peccato poi che, durante la felice kermesse, ci siano stati alcuni contrattempi: ritardo di più di sei ore per difficoltà elettriche alle casse («vendetta degli dei», commentavano alcune voci maliziose), che fra le casse 6 e 7 si possa ancora vedere qualche rimasuglio di alcuni reperti archeologici trovati durante la costruzione (catalogati ovviamente come «alcuni mattoni e reperti recenti non catalogati»), che una piccola rissa pare fra familiari abbia danneggiato alcune auto e che il fatturato del supermercato sia stato minimo («la gente viene più per vedere che per comprare», dichiaravano sincere alcune cassiere ai cronisti).
L'apertura del supermercato in Teotihuacan, la splendida «città degli dei», non è ovviamente la fine del movimento contro Wal-Mart. Al contrario, le campagne, le mobilitazioni e le petizioni sono servite a informare l'opinione pubblica su quel che rappresenta non solo lo scempio culturale, storico e sociale di questo supermercato ma anche a far riflettere su quello che è un monopolio consumistico e sull'impatto che rappresenterà su tanti commercianti ambulanti e piccoli commerci locali. E, come dicono i coordinatori del fronte civico, «la lotta terminerà quando si castigherrano i responsabili per questi permessi di costruzione. Dobbiamo ancora ricorrere a tante istituzioni: possiamo ancora cacciare la transnazionale dalla nostra Teotihuacan e bloccare questa nuova aggressione capitalistica contro le radici storiche ed economiche della zona».




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