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ENERGIA, SCIENZA
I pericolosi tesori in fondo al mare
NICOLA SCEVOLA
,
2005.05.04
Il 16 di aprile una spedizione scientifica finanziata dal governo degli Stati uniti è salpata da Houston, Texas, per il Golfo del Messico: per 35 giorni scandaglierà i fondali e raccoglierà dati in un paio di «fosse» profonde. Lo scopo dichiarato della missione è studiare i problemi di sicurezza per la perforazione di pozzi di gas e petrolio in presenza di idrati di metano nei fondali. «Idrati di metano» sono cristalli formati dal gas metano intrappolati a grandi profondità sotto il mare, compresso e solidificato a causa della forte pressione e della bassa temperatura. I problemi di sicurezza derivano dalla sua natura instabile: soprannominato «ghiaccio che brucia», allo stato solido assomiglia al ghiaccio, ma se riscaldato brucia come normale gas. A provocare il cambiamento di fase (dallo stato solido al gassoso) basta il contatto fisico - ad esempio della trivella che sta scavando un pozzo - e questo passaggio avviene con grande violenza, provocando fenomeni di instabilità dei fondali, come esplosioni o sismi. Così che oggi, quando le aziende di trivellazioni constatano la presenza di idrati di metano su un certo fondale, sono costrette a cambiare zona. Riuscire a scavare pozzi anche dove si trovano questi idrati di gas è lo scopo immediato della missione. Sullo sfondo però c'è un progetto più ambizioso: raccoglierli. Se la missione si rivelasse un successo, il premio sarebbe enorme. Gli scienziati valutano che, sparse sotto il fondo degli oceani e i ghiacci delle calotte polari, ci siano riserve di metano sotto forma di idrati più abbondanti di quel che rimane tra petrolio, carbone e gas messi insieme. E di fronte a una possibile nuova fonte di energia, il mondo industrializzato è un po' come un tossicodipendente alla ricerca della sua dose quotidiana: il bisogno di energia è impellente, e con i paesi spacciatori di petrolio sempre sull'orlo dell'instabilità e il prezzo del greggio in continuo aumento, trovare nuove risorse è diventato un imperativo.
Ray Boswell, direttore dei laboratori di ricerca sugli idrati di metano presso il Dipartimento dell'Energia del governo americano è ottimista. «Sono convinto che i giacimenti siano enormi e la possibilità di sfruttarli possa divenire realtà nel giro di poco più di un decennio», ci conferma. Le difficoltà da affrontare, però, sono ancora tante. La sua natura instabile, come detto, e poi i luoghi impervi dove è conservato, ne rendono difficile l'estrazione. Inoltre non è ancora chiaro se questo combustibile sia raggruppato in grandi depositi o se sia sparso tra i sedimenti dei fondali. In ogni caso, secondo Boswell, il potenziale di questa risorsa è talmente vasto da non poter essere ignorato. «Anche se solo una piccola percentuale d'idrati si rivelasse sfruttabile - spiega lo scienziato - sarebbe già una quantità sufficiente per giustificare lo sforzo».
Alcuni esperti, però, vedono l'impresa come una perdita di tempo in grado, al massimo, di posticipare la risoluzione di un problema. «I soldi investiti per cercare di estrarre idrato di metano - spiega il professor David Crabbe, esperto di gas e petrolio dell'Open University in Scozia - sarebbero meglio spesi nella ricerca di energie rinnovabili, unica soluzione ragionevole alla scarsità dei combustibili fossili». Anche le associazioni ambientaliste sono contrarie all'idea. Se una volta bruciato, il metano è considerato più pulito del carbone e del petrolio, allo stato naturale il gas può essere molto dannoso. «La sua capacità di aumentare l'effetto serra è notevole», spiega Kert Davies, esperto di combustibili fossili di Greenpeace. «Il metano è più stabile dell'anidride carbonica e, se rilasciato accidentalmente, crea nell'atmosfera una coperta molto più spessa e duratura».
I rischi connessi all'estrazione dalle profondità dei mari rendono quindi l'impresa poco raccomandabile. «Conosciamo meglio la luna che il fondo degli oceani - avverte Davies - e il processo d'estrazione dell'idrato di metano potrebbe avere conseguenze imprevedibili».
Ray Boswell, direttore dei laboratori di ricerca sugli idrati di metano presso il Dipartimento dell'Energia del governo americano è ottimista. «Sono convinto che i giacimenti siano enormi e la possibilità di sfruttarli possa divenire realtà nel giro di poco più di un decennio», ci conferma. Le difficoltà da affrontare, però, sono ancora tante. La sua natura instabile, come detto, e poi i luoghi impervi dove è conservato, ne rendono difficile l'estrazione. Inoltre non è ancora chiaro se questo combustibile sia raggruppato in grandi depositi o se sia sparso tra i sedimenti dei fondali. In ogni caso, secondo Boswell, il potenziale di questa risorsa è talmente vasto da non poter essere ignorato. «Anche se solo una piccola percentuale d'idrati si rivelasse sfruttabile - spiega lo scienziato - sarebbe già una quantità sufficiente per giustificare lo sforzo».
Alcuni esperti, però, vedono l'impresa come una perdita di tempo in grado, al massimo, di posticipare la risoluzione di un problema. «I soldi investiti per cercare di estrarre idrato di metano - spiega il professor David Crabbe, esperto di gas e petrolio dell'Open University in Scozia - sarebbero meglio spesi nella ricerca di energie rinnovabili, unica soluzione ragionevole alla scarsità dei combustibili fossili». Anche le associazioni ambientaliste sono contrarie all'idea. Se una volta bruciato, il metano è considerato più pulito del carbone e del petrolio, allo stato naturale il gas può essere molto dannoso. «La sua capacità di aumentare l'effetto serra è notevole», spiega Kert Davies, esperto di combustibili fossili di Greenpeace. «Il metano è più stabile dell'anidride carbonica e, se rilasciato accidentalmente, crea nell'atmosfera una coperta molto più spessa e duratura».
I rischi connessi all'estrazione dalle profondità dei mari rendono quindi l'impresa poco raccomandabile. «Conosciamo meglio la luna che il fondo degli oceani - avverte Davies - e il processo d'estrazione dell'idrato di metano potrebbe avere conseguenze imprevedibili».




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