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AMBIENTE, AGRICOLTURA
Il clima, il cibo, la fame
PAOLA DESAI,
2005.05.27
Il riscaldamento del clima terrestre minaccia direttamente la produzione alimentare in molte regioni del pianeta, dice un documento diffuso ieri dalla Fao, l'organizzazione dell'Onu per l'agricoltura e l'alimentazione. E' un'allarme serio, e a pensarci bene è perfino ovvio: se la temperatura terrestre aumenta, si modifica il regime delle piogge in intere regioni, sale il livello degli oceani per effetto dello scioglimento dei ghiacci ai poli, aumenta la frequenza di catastrofi meteorologiche come allagamenti o lunghe siccità - beh, è chiaro che ne risentirà l'agricoltura, quindi la produzione di cibo. Si capisce dunque perché la Fao abbia istituito tempo fa un «gruppo di lavoro sul cambiamento del clima»: è questo gruppo che ieri ha presentato le sue prime conclusioni. E sono conclusioni allarmanti. «In circa 40 paesi poveri in via di sviluppo, con una popolazione complessiva di 2 miliardi di cui 450 milioni di persone sotto alimentate, la perdita di produzione dovuta al cambiamento del clima farà aumentare in modo drastico il numero dei malnutriti, minando in modo grave il progresso nella lotta alla povertà e alla sicurezza alimentare», afferma quel rapporto. Il Gruppo di lavoro della Fao non si è infilato nel dibattito sul cambiamento del clima e le sue conseguenze: si rifà alle nozioni e alle previsioni su cui c'è ormai un ampio consenso tra gli scienziati, ovvero che il clima sta visibilmente cambiando e che «ci sono forti prove che le emissioni di gas di serra indotte dalle attività umane contribuiscono al riscaldamento globale». Soprattutto, che «i costi sociali ed economici [che sarà necessario affrontare] per rallentare il riscaldamento e rispondere alle sue conseguenze sarà considerevole». Di queste conseguenze, alla Fao preoccupa molto la prevedibile perdita di terre coltivabili, ad esempio in regioni che ricevono meno piogge e diventano aride. E' il caso dei paesi dell'Africa subsahariana, che la Fao indica come la regione che soffrirà di più il cambiamento del clima poiché «meno capace di adattarsi al cambiamento o di compensare la perdita di produzione alimentare con importazioni di cibo». In Africa oggi ci sono 1,1 miliardi di ettari in cui il periodo in cui cresce qualcosa non supera i 120 giorni all'anno, fa notare il documento: potrebbero diventare tra 50 e 90 milioni di ettari, tra il 5 e l'8% del territorio, entro il 2080. Nel caso dell'Asia l'impatto è misto: secondo la Fao si può prevedere che l'India perda 125 milioni di tonnellate annue di produzione di cereali, cioè il 18% della sua produzione (in India l'agricoltura dipende per la quasi totalità dalle piogge, concentrate nella stagione del monsone). In Cina al contrario il potenziale di produzione cerealicola alimentata dalle piogge potrebbe aumentare di un 15%, dai 360 milioni di tonnellate attuali. In generale, non sono le zone temperate a soffrire se il clima di riscalda ma quelle delle fasce tropicali - che poi coincidono per lo più con paesi poveri. Un altro prevedibile effetto di temperature più calde sarà l'esplosione di malattie negli animali e di parassiti delle piante, comprese malattie virali potenzialmente pericolose anche per gli umani (esempio inevitabile è l'influenza aviaria). In totale, la Fao conta che «65 paesi in via di sviluppo, con metà della popolazione mondiale nel 1995, rischiano di perdere circa 280 milioni di tonnellate di potenziale produzione di cereali a causa del cambiamento del clima. Questa perdita si può stimare in 56 miliardi di dollari, o il 16% del prodotto lordo agricoli di quei paesi nel 1995». La Fao conclude con un appello a prendere misure irgenti per frenare la deriva del cambiamento del clima, ma anche per affrontare subito gli effetti ormai inevitabili dei cambiamenti già innescati.




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