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SANITA
La salute, umana e di altri animali
E. ALLEVA, D. SANTUCCI
,
2005.06.02
La neo-governatrice del Piemonte, Mercedes Bresso, il mese scorso ha compiuto una piccola rivoluzione copernicana nominando un veterinario di alto rango gestionale e culturale al posto di assessore alla sanità. A lui faranno capo schiere di medici, biologi e veterinari, e la nomina è salutata con grande piacere da zoologi ed etologi. Mario Valpreda, 68 anni, già Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica della Regione Piemonte nel precedente governo gestisce da lungo tempo da veterinario la sanità regionale, con il fine dichiarato di renderla più vicina a standard etici e di prevenzione di elevato livello europeo. Ha condotto una pervicace lotta contro l'utilizzo di anabolizzanti e contro le altre sofisticazioni che impestano i prodotti commestibili di origine vegetale e animale. Il Piemonte è storicamente una regione modello per la zootecnia e le annesse pratiche agroalimentari; ospita i nobili vitigni del Barolo e del Dolcetto, ma anche razze pregiate di animali da reddito. La nomina di Valpreda risponde dunque all'esigenza di rafforzare, assieme alla prevenzione della salute dei piemontesi, anche quelle caratteristiche di salubrità dei prodotti locali che li collocheranno in alto nella competizione europea e internazionale. Lo Slow Food coopera attivamente. Nei periodi più caldi del dibattito nazionale sul pericolo «mucca pazza», sulle pagine di questo giornale Valpreda ci informava regolarmente dei rischi dalla mancata sorveglianza in alcuni paesi europei. Proprio presso l'Istituto zooprofilattico del Piemonte a Torino fu centralizzata l'attività di screening per monitorare l'andamento dell'epidemia in Italia. La regione Piemonte oggi dunque esalta alcune caratteristiche importanti della sua storia recente: un modello di prevenzione della salute pubblica coniugata all'eccellenza dei prodotti agroalimentari.
Tra le produzioni zootecniche di antica nobiltà genetica, il Piemonte annovera la «bovina brunoalpina», razza di bovini molto importante per la produzione di carne: questa razza - nota come «La Piemontese» - mostra una mutazione della «doppia groppa», con i lombi ingigantiti. Nelle aree piemontesi di allevamento dei bovini vigeva il regime del «sanato»: i vitelli erano allevati con stile naturale, che evitava la dolorosa separazione dalla madre e prevedeva l'allattamento materno e l'utilizzo di un limitato quantitativo di integratori alimentari. Tale pratica, oggi molto rara, è spesso rimpianta: innanzitutto sul piano bioetico, perché lo «stress da separazione» causa nella madre e nel vitello un molto elevato livello di sofferenza psicofisica. Ma la sua quasi estinzione è dovuta alla scarsa cultura dei consumatori italiani, che preferiscono carni «pallide» a quelle di colore naturale, più marcatamente pigmentate. In Piemonte pascolano numerosissime pecore e capre, anche di razza locale (la famosa pecora della Langa da cui deriva il ricercato formaggio tomino della Langa) e sono in grande ripresa i tomini di latte misto di capra e pecora. Si tenta persino l'allevamento di asine per mungerne il mitico «latte d'asina», soprattutto nelle zone di mezza montagna. Vige ancora la transumanza delle greggi, nella Val di Susa e Torre Pellice, e sono in ripresa le pratiche di alpeggio -- uno stile di allevamento la cui tradizione si è andata disperdendo -- auspicate dai cultori dello slow-cow. L'allevamento di suini, polli e conigli è piuttosto fiorente.
Diversificare con la produzione agroalimentare, trasformando figli e nipoti di metalmeccanici in agricoltori «di nicchia» sembrerebbe proprio una scelta di respiro. Da un'area a «monocultura», dove l'automobile era il «fiore all'occhiello» della modernità, è auspicabile che si allarghi il ventaglio produttivo fino a includere prodotti viventi in un'era antropologicamente votata a riscoprire (sapendole innovare) le proprie origini rurali.
Tra le produzioni zootecniche di antica nobiltà genetica, il Piemonte annovera la «bovina brunoalpina», razza di bovini molto importante per la produzione di carne: questa razza - nota come «La Piemontese» - mostra una mutazione della «doppia groppa», con i lombi ingigantiti. Nelle aree piemontesi di allevamento dei bovini vigeva il regime del «sanato»: i vitelli erano allevati con stile naturale, che evitava la dolorosa separazione dalla madre e prevedeva l'allattamento materno e l'utilizzo di un limitato quantitativo di integratori alimentari. Tale pratica, oggi molto rara, è spesso rimpianta: innanzitutto sul piano bioetico, perché lo «stress da separazione» causa nella madre e nel vitello un molto elevato livello di sofferenza psicofisica. Ma la sua quasi estinzione è dovuta alla scarsa cultura dei consumatori italiani, che preferiscono carni «pallide» a quelle di colore naturale, più marcatamente pigmentate. In Piemonte pascolano numerosissime pecore e capre, anche di razza locale (la famosa pecora della Langa da cui deriva il ricercato formaggio tomino della Langa) e sono in grande ripresa i tomini di latte misto di capra e pecora. Si tenta persino l'allevamento di asine per mungerne il mitico «latte d'asina», soprattutto nelle zone di mezza montagna. Vige ancora la transumanza delle greggi, nella Val di Susa e Torre Pellice, e sono in ripresa le pratiche di alpeggio -- uno stile di allevamento la cui tradizione si è andata disperdendo -- auspicate dai cultori dello slow-cow. L'allevamento di suini, polli e conigli è piuttosto fiorente.
Diversificare con la produzione agroalimentare, trasformando figli e nipoti di metalmeccanici in agricoltori «di nicchia» sembrerebbe proprio una scelta di respiro. Da un'area a «monocultura», dove l'automobile era il «fiore all'occhiello» della modernità, è auspicabile che si allarghi il ventaglio produttivo fino a includere prodotti viventi in un'era antropologicamente votata a riscoprire (sapendole innovare) le proprie origini rurali.




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