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AGRICOLTURA
I pericoli del riso ibrido
MARINA ZENOBIO
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2005.08.31
E' un fallimento sul campo quello delle coltivazioni di riso ibrido in Asia. Non che sia una sorpresa, ma l'ultimo dossier di Grain, pubblicato lo scorso aprile, fotografa in dettaglio i risultati dell'utilizzo dei semi ibridi del re dei cereali in diversi paesi dell'area asiatica tra cui Vietnam, Filippine, Bangladesh, India e Cina. Sembra proprio che questo prodotto delle nuove tecnologie, promosso dai governi in forma molto aggressiva, non piaccia a nessuno e stia finendo col distruggere le zone rurali. «Il riso ibrido costa caro, dipende da un alto utilizzo di fertilizzanti e pesticidi ed è una cattiva soluzione tecnica per aumentare la produzione e affrontare il problema della sicurezza alimentare» ribadisce Grain, organizzazione non governativa internazionale che da anni lavora per la difesa della biodiversità vegetale, incentivando le popolazioni rurali ad amministrare e controllare il patrimonio genetico delle proprie terre, nel rispetto delle loro tradizioni agricole.Quando il 2004 fu proclamato anno internazionale del riso, lo slogan di Fao e Irri (International Rice Reserach Institute) era: «il riso è vita», e al centro delle loro celebrazioni era il riso ibrido. Lo hanno "consigliato" per oltre un ventennio ma in Asia i risultati non sono stati quelli osannati perché, se è vero che il riso è vita, il riso ibrido non lo è. E' il risultato dell'incrocio di due semi della stessa specie, ma geneticamente distanti, con l'obiettivo di intensificarne i caratteri positivi, secondo la tesi dell'eterosi o vigore ibrido. Da tale incrocio nascono semi altamente produttivi ma il loro «vigore» riproduttivo tende a scomparire dopo la prima generazione. Di conseguenza è inutile per gli agricoltori conservare semi da piantare l'anno successivo. Ogni stagione dovranno comprarne altri, di prima generazione, la cui produzione e vendita è quasi ad esclusivo controllo dalle company del settore: la tedesca Bayer, le americane Monsanto e Dupont-Pioneer, l'olandese East-West Seeds, la svizzera Sygenta tra le più famose, ma si sta facendo largo anche la cinese Yuan Longping High-Tech Agricolture.Nelle Filippine, in Bangladesh, in India, in Malesia molti contadini si sono indebitati oltre misura per l'acquisto di semi ibridi, di fertilizzanti e pesticidi, senza riuscire a recuperare nulla. Il dossier di Grain rivela che gli agricoltori di questi paesi si lamentano per gli alti costi dei semi, per lo scarso rendimento finale, per i guadagni esigui, per le nuove malattie e parassiti che infestano i raccolti, senza mettere in secondo piano la cattiva qualità del riso in termini di sapore. La maggioranza dei contadini consultati si ritiene manipolata dalle tattiche di promozione dei venditori di sementi che li attraggono con il sogno dell'alto rendimento. La coltivazione di riso ibrido in Asia, oltre a non risolvere il problema della sicurezza alimentare e a strangolare nella morsa del debito migliaia di contadini, sta provocando la distruzione di molte varietà tradizionali. La Cina, impegnatissima a produrre semi di riso ibrido di prima generazione da esportare e le cui aree così coltivate superano i 15 milioni di ettari - il 52 per cento delle zone produttrici di riso - ha già perduto molte varietà autoctone che crescevano spontaneamente, perdute per sempre. La stessa cosa accadrà in Vietnam, nelle Filippine, in India, in Malesia, in Pakistan, nella misura in cui le importazioni a basso costo di semi di riso ibrido dalla Cina inonderanno i paesi asiatici.Anche la sintesi finale del documento di Grain non è una novità, ma vale comunque la pena di ricordare che i problemi reali continuano ad essere la povertà, la distribuzione, e non l'aumento della produzione attraverso l'uso di nuove (nocive) tecnologie. E' necessario spingere i governi a indirizzare i fondi pubblici verso la ricerca di soluzioni delle carenze strutturali che interessano l'agricoltura in Asia, anziché elargire sovvenzioni e crediti agli agricoltori per l'acquisto di semi ibridi che finiscono col favorire esclusivamente gli interessi delle ditte produttrici multinazionali.




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