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PETROLIO, SVILUPPO
Ciad, più armi che scuole
MARINA FORTI,
2005.12.28
Il progetto Ciad-Camerun passava per uno dei rari casi in cui un investimento petrolifero da miliardi di dollari si attiene a procedure «trasparenti» e produce benefici che saranno reinvestiti in sviluppo sociale: un caso in cui il petrolio porta davvero benessere alle regioni dove viene estratto. Finché il governo del Ciad ha deciso di modificare le allocazioni di spesa, e destinare più soldi agli armamenti che alla spesa sociale, mettendo fine alla favoletta buona. La storia del progetto Ciad-Camerun in effetti ha qualcosa di unico. Non solo perché è forse il maggior investimento privato in Africa, o uno dei maggiori. Comprende un complesso di pozzi petroliferi nel Ciad meridionale, distretto di Logone orientale, e un oleodotto che trasferisce il greggio per mille chilometri attraverso il Camerun, fino a un terminale sulla costa dell'Atlantico. Cominciato a costruire nel 1999 dopo anni di trattative, polemiche e proteste, è stato ultimato alla fine del 2003 e il petrolio ha ormai cominciato a scorrere. Pozzi e oleodotto sono in concessione a un consorzio guidato da ExxonMobil, con la malaysiana Petronas e Chevron; tutto l'investimento (4,2 miliardi di dollari) ha avuto il sostegno di banche private, agenzie pubbliche di credito all'export e della Banca Mondiale: determinante, quest'ultima, non tanto per i finanziamenti ma perché offre garanzie alle imprese coinvolte, cioè mobilita altri soldi. E' singolare, il caso Ciad-Camerun, anche perché anni di proteste, denunce e appelli di gruppi locali nei due paesi africani, e di reti ambientaliste internazionali, aveva portato a consultazioni pubbliche in loco (nel Ciad meridionale) e a grandi campagne internazionali. I problemi sollevati erano sia di ordine ambientale - l'inquinamento del petrolio, i danni di un oleodotto che taglia attraverso la foresta tropicale - sia anche di ordine sociale e politico: trasparenza, diritti delle popolazioni locali, l'uso dei redditi di quella ricchezza naturale in un paese (il Ciad) che resta autoritario.

Infine era risultato un accordo unico nel suo genere: il governo del Ciad aveva approvato una legge che affida il 95% delle royalties pagate da Exxon e soci alla gestione di un comitato internazionale in cui sono rappresentate anche la Banca mondiale e Ong internazionali - solo a questa condizione la Banca aveva accettato di finanziare il progetto. Era una notevole cessione di sovranità da parte del Ciad, ma «a fin di bene». Oggi dunque tutti i pagamenti del consorzio petrolifero vanno su un conto corrente presso la Citibank di Londra, da cui il governo del Ciad può attingere solo rispettando le priorità di spesa stabilite: il 72% in progetti di «riduzione della povertà», cioè agricoltura, casa, sanità, istruzione e così via; il 10% in un fondo «per le generazioni future» (per garantire uno sviluppo a lungo termine), il resto diviso tra il governo locale della regione dei pozzi petroliferi e lo stato centrale.

Ora tutta l'impalcatura sta crollando. Il 30 ottobre il governo del Ciad ha annunciato, a una riunione chiusa con rappresentanti della Banca Mondiale, una nuova legge sull'uso dei soldi del petrolio (la notizia non è circolata molto: ne ha riferito il New York Times il 14 dicembre). Nella nuova versione, il fondo per le future generazioni è abolito, la spesa militare è aggiunta ai settori prioritari di spesa, e la parte di denaro a disposizione diretta del governo sale al 30%. La nuova legge è ora in discussione al parlamento di Ndjamena, la capitale del Ciad: ma è una pura formalità, visto che è controllato dal presidente Idriss Debi, già capo dell'esercito, che aveva preso il potere nel `90 con un colpo di stato. L'annuncio della nuova legge ha suscitato un comunicato preoccupato della Banca Mondiale («...minaccia di minare gli obiettivi dello sviluppo socioeconomico, riduzione della povertà, trasparenza»), che però riconosce i problemi del Ciad in materia di sicurezza. Commenta l'Associazione ciadiana per i diritti umani, citata dal Nyt: ottenuto l'appoggio della Banca mondiale, «quando tutto è fatto e i soldi cominciano ad arrivare, il governo fa quello che vuole».

 
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