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AMBIENTE, ANIMALI
Quando muoiono i cammelli
MARINA ZENOBIO
,
2006.02.09
Fino ad aprile di quest'anno non c'è speranza che dal cielo cada una goccia d'acqua e nelle prossime settimane la siccità che sta devastando l'Africa orientale, in particolare Kenya, Etiopia e Somalia, peggiorerà ulteriormente. A Garisa, città di 200 mila abitanti a nord-est di Nairobi, stanno arrivano migliaia di persone che abbandonano le zone rurali circostanti alla ricerca di acqua e cibo. Si avvicinano allecittà perché sanno che qualsiasi aiuto possa arrivare, la distribuzione partirà da lì con scarse speranze che raggiunga le aree più lontane. Arrivano e si siedono lungo le rive di ciò che resta del fiume Tana - quello stesso fiume che, a causa delle piogge torrenziali che avevano colpito l'Africa occidentale nel giugno del 2002, aveva superato gli argini causando inondazioni, centinaia di morti e oltre 20 mila persone erano rimaste senza casa. Oggi la terra è arida, le carcasse degli animali sono così tante che neanche gli uccelli riescono a fare pulizia, il panorama è sempre più inquietante e la gente conosce il detto popolare secondo il quale «dopo i cammelli sono le persone che muoiono» - e i cammelli stanno già morendo. Le popolazioni di quest'area del «continente nero» sono soprattutto nomadi e vivono di allevamento. In circostanze come le attuali, con poca acqua e poco cibo, la prima cosa che si fa è vendere gli animali, prima le capre, dopo le vacche e, per ultimi, i cammelli che sono i più resistenti. La conseguenza immediata è l'abbassamento dei prezzi e l'inevitabile riduzione delle entrate per le famiglie. Renee Mc Guffin, rappresentante in Kenya del Pma (Programma alimentare mondiale, agenzia delle Nazioni unite per le emergenze) definisce «eccezionale» la siccità che sta colpendo quest'anno gran parte dei paesi dell'Africa orientale, dove la carenza di acqua e di cibo sta minacciando la vita di 6 milioni di persone. Organismi non governativi come Oxfam e Medici senza frontiere, agenzie dell'Onu e dei governi locali si stanno mobilitando per far fronte alla situazione, ma Mc Guffin è molto preoccupato perché nonostante gli appelli, lanciati da mesi affinché la comunità internazionale si muova mandando aiuti con urgenza, delle 64 milatonnellate di alimenti necessari ne sono stati raccolti solo 17 mila. Le previsioni diffuse dai servizi meteorologici delle Nazioni unite e del governo keniota sono pessime: la prossima stagione delle piogge, prevista tra marzo e aprile, sarà scarsa e se dovesse piovere si tratterebbe di violenti nubifragi. Così se non è la carestia per la mancanza di acqua che impedisce l'agricoltura e l'allevamento, saranno le piogge torrenziali a portare distruzione.
E però, non pochi hanno qualche difficoltà a comprendere quanto grave sia la situazione - forse perché stiamo parlando di una regione molto povera e isolata, fuori dai grandi flussi dell'informazione: insomma, «non fa notizia». In Somalia, secondo la testimonianza di alcuni cooperanti dell'ong irlandese Trocaire, da anni regna l'anarchia, mancano le infrastrutture, strade, centri sanitari, ed è difficile far arrivare qualsiasi tipo di aiuto. Mentre in Sudan, oltre 2000 nomadi originari del sud del paese si sono rifugiati in un parco naturale ugandese con 50 mila capi di bestiame, vacche, pecore, capre e asini. Le autorità del paese stanno negoziando per convincerli a lasciare il parco, per dirigerli verso altre fonti di acqua in zone non protette. La comunità nomade però al momento non ha alcuna intenzione di muoversi da lì. E mentre si attendono gli aiuti umanitari, gruppi armati si contendono le poche fonti di acqua a disposizione. Si sa, da quelle parti le armi non scarseggiano mai.
E però, non pochi hanno qualche difficoltà a comprendere quanto grave sia la situazione - forse perché stiamo parlando di una regione molto povera e isolata, fuori dai grandi flussi dell'informazione: insomma, «non fa notizia». In Somalia, secondo la testimonianza di alcuni cooperanti dell'ong irlandese Trocaire, da anni regna l'anarchia, mancano le infrastrutture, strade, centri sanitari, ed è difficile far arrivare qualsiasi tipo di aiuto. Mentre in Sudan, oltre 2000 nomadi originari del sud del paese si sono rifugiati in un parco naturale ugandese con 50 mila capi di bestiame, vacche, pecore, capre e asini. Le autorità del paese stanno negoziando per convincerli a lasciare il parco, per dirigerli verso altre fonti di acqua in zone non protette. La comunità nomade però al momento non ha alcuna intenzione di muoversi da lì. E mentre si attendono gli aiuti umanitari, gruppi armati si contendono le poche fonti di acqua a disposizione. Si sa, da quelle parti le armi non scarseggiano mai.




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