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PETROLIO
La ricca dannazione dell'Eldorado
MARINA FORTI,
2006.01.20
I primi conquistadores cercavano il mitico Eldorado. Poi, ondate di avventurieri si sono resi conto che la vera ricchezza dell'Amazzonia è altra: legni pregiati, pelli esotiche e gomme profumate, poi il caucciù che ha portato il primo sfruttamento «industriale» della foresta e ha cambiato per sempre la vita dei suoi abitanti. Poi ancora legname, e più tardi il petrolio e il gas naturale. Legno e idrocarburi restano le due risorse naturali - e le due più grandi dannazioni - dell'Amazzonia oggi, in particolare di quella occidentale. In Perù le prime esplorazioni fruttuose sono degli anni `50 (fu allora che la Standard Oil dei Rockefeller finanziò l'unica strada che dalla costa sul Pacifico scavalca le Ande e raggiunge Pucallpa, sul fiume Ucayali, precursore del rio Amazonas). Poi l'attività petrolifera si era fermata, nessun sentore di giacimenti abbastanza redditizi: fino al 2003, quando il governo peruviano ha abbassato le royalties richieste per le esplorazioni, e questo ha suscitato nuovo interesse tra le compagnie petrolifere straniere. Come una nuova corsa all'oro. Oggi circa 220mila chilometri quadrati di foresta remota e ancora intatta sono stati divisi dal governo peruviano in lotti e dati in concessione a un totale di nove compagnie petrolifere. E' più di due terzi del territorio italiano - ed è oltre un quarto del territorio dell'Amazzonia peruviana. Prima del 2003 c'erano appena 7 lotti di petrolio o gas attivi; ora sono 15, e nel 2005 il governo ha «creato» e messo sul mercato 7 nuove zone aperte a esplorazioni. Tutto ciò preoccupa le organizzazioni ambientaliste peruviane e ancor più quelle dei nativi.
I timori sono fondati. Gran parte delle concessioni petrolifere sono nella parte meridionale dell'Amazzonia peruviana (cioè a monte del gigantesco bacino fluviale) e in quella nord-occidentale. Sono zone remote: quando cominceranno le attività estrattive però sarà inevitabile aprirvi strade e questo porterà anche colonizzatori e tagliatori di legname. Nel sud, le concessioni chiudono a sandwich il parco nazionale Manu, una delle più importanti aree protette peruviane, creata nel 1973, dichiarata Riserva della biosfera nel `77, riconosciuto dall'Unesco Patrimonio dell'umanità nel 1987. E' la provincia di Madre de Dios, nell'alto bacino dei fiume Urubamba (un altro dei precursori del rio Amazonas). Il parco di Manu è rimasto meglio preservato di altre zone grazie al fatto che è quasi inaccessibile. E' abitato da parecchie popolazioni native, tra cui alcune definite «non in contatto» con il mondo esterno (ammesso che esistano comunità che non sono mai, in qualche momento della loro storia, entrate in contatto con commercianti, antropologi o missionari). A ovest del parco c'è il giacimento di gas di Camisea, il primo entrato in produzione: un investimento di 1,6 miliardi di dollari, con due gasdotti che corrono verso la costa peruviana attraverso la zona protetta.
L'esperienza di Camisea è un altro buon motivo per temere le future attività petrolifere. Dei quattro pozzi di gas uno si trova vicino a una comunità di indigeni Machiguenga, gli altri sono nella riserva dei Nahua Kupagakori. L'estrazione di gas qui è cominciata nell'agosto del 2004 e in circa un anno e mezzo si sono già verificate quattro rotture dei gasdotti con grande dispersione di gas liquido - l'ultima è stata alla fine di novembre scorso, quando circa 5.000 barili di gas liquido sono finiti in quattro fiumi, affluenti dell'Urubamba. Il fiume è la vita, in un simile territorio di foresta: è la via di comunicazione, fonte d'acqua per bere e per lavarsi, riserva di pesce da mangiare e da scambiare con altri prodotti. Un fiume inquinato di bitume o di gas è un attentato diretto alla sopravvivenza. Così le tre federazioni delle comunità indigene di Madre de Dios hanno chiedono di chiudere i gasdotti e fare verifiche tecniche: e per questo parecchie migliaia di persone con barche e canoe hanno bloccato per parecchi giorni l'Urubamba, alla fine di dicembre. Era l'unico modo per farsi sentire.
I timori sono fondati. Gran parte delle concessioni petrolifere sono nella parte meridionale dell'Amazzonia peruviana (cioè a monte del gigantesco bacino fluviale) e in quella nord-occidentale. Sono zone remote: quando cominceranno le attività estrattive però sarà inevitabile aprirvi strade e questo porterà anche colonizzatori e tagliatori di legname. Nel sud, le concessioni chiudono a sandwich il parco nazionale Manu, una delle più importanti aree protette peruviane, creata nel 1973, dichiarata Riserva della biosfera nel `77, riconosciuto dall'Unesco Patrimonio dell'umanità nel 1987. E' la provincia di Madre de Dios, nell'alto bacino dei fiume Urubamba (un altro dei precursori del rio Amazonas). Il parco di Manu è rimasto meglio preservato di altre zone grazie al fatto che è quasi inaccessibile. E' abitato da parecchie popolazioni native, tra cui alcune definite «non in contatto» con il mondo esterno (ammesso che esistano comunità che non sono mai, in qualche momento della loro storia, entrate in contatto con commercianti, antropologi o missionari). A ovest del parco c'è il giacimento di gas di Camisea, il primo entrato in produzione: un investimento di 1,6 miliardi di dollari, con due gasdotti che corrono verso la costa peruviana attraverso la zona protetta.
L'esperienza di Camisea è un altro buon motivo per temere le future attività petrolifere. Dei quattro pozzi di gas uno si trova vicino a una comunità di indigeni Machiguenga, gli altri sono nella riserva dei Nahua Kupagakori. L'estrazione di gas qui è cominciata nell'agosto del 2004 e in circa un anno e mezzo si sono già verificate quattro rotture dei gasdotti con grande dispersione di gas liquido - l'ultima è stata alla fine di novembre scorso, quando circa 5.000 barili di gas liquido sono finiti in quattro fiumi, affluenti dell'Urubamba. Il fiume è la vita, in un simile territorio di foresta: è la via di comunicazione, fonte d'acqua per bere e per lavarsi, riserva di pesce da mangiare e da scambiare con altri prodotti. Un fiume inquinato di bitume o di gas è un attentato diretto alla sopravvivenza. Così le tre federazioni delle comunità indigene di Madre de Dios hanno chiedono di chiudere i gasdotti e fare verifiche tecniche: e per questo parecchie migliaia di persone con barche e canoe hanno bloccato per parecchi giorni l'Urubamba, alla fine di dicembre. Era l'unico modo per farsi sentire.




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