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RIFIUTI URBANI, ALIMENTAZIONE
«Freegan», ecoraccoglitori urbani
KARIMA ISD,
2006.02.21
Come osa qualcuno mangiare cibi buoni destinati alla spazzatura? E' una pratica intollerabile per i supermercati di San Francisco, molti dei quali stanno adottando soluzioni tecniche, come lucchetti ai bidoni della propria immondizia e perfino vigilantes nelle aree rifiuti dopo le ore di chiusura, per boicottare gli approvvigionamenti dei «palombari della spazzatura». Tanto che adesso il sito dei Freegan (www.freegan.info) lancia un appello: se conoscete luoghi dai quali si può tuttora attingere, segnalateceli! Altra segnalazione sul sito: Food not Bombs distribuisce cibo stasera a... Ma come: barboni, seppur d'oltreoceano, che gestiscono un sito e trattano di cibo-non-bombe? Il fatto è che i freegan in questione non fanno parte della folta schiera di senzatetto obbligati dall'indigenza ad attingere agli altrui scarti. Sono piuttosto contestatori della (in)civiltà dei consumi e dello spreco. Mangiare rovistando nei bidoni dei negozi, ricchi non di immondizia ma di buoni alimenti invenduti prossimi alla scadenza, o approvvigionarsi dopo la chiusura ai mercatini di frutta e verdura è un'alternativa ecologica e decente al fare la spesa, in un paese dove ogni anno si gettano via 17 milioni di tonnellate di cibo ancora buono. Ce n'è così tanto che gruppi di solidarietà chiamati Food Not Bombs (Cibo, non bombe), ormai diffusi in tutto il mondo e anche in Italia, lo cucinano e lo distribuiscono gratis periodicamente ai senzatetto.

Il termine freegan nasce dall'unione non casuale di: free (libero, e anche gratuito), e vegan (vegano, che si nutre solo di vegetali). La scelta non è solo dovuta al fatto che i prodotti animali si deteriorano molto più facilmente, ma in genere anche a ragioni ideali, fra cui l'ecologismo nei consumi e il rispetto dei viventi. Ecco come si autodefiniscono i freegan: «Persone che usano strategie di vita alternative fondate su una partecipazione quanto più possibile limitata all'economia convenzionale e sul consumo minimo di risorse. Un'alternativa al sistema di spreco, a partire dal cibo gettato via mentre intere popolazioni mancano del necessario». Dunque, meglio minimizzare gli acquisti, giusto recuperando quel che il sistema rigetta.

Si può essere freegan in modo parziale o totale. C'è chi, studente o perfino professionista, in solitaria o in combinata, si limita a procurarsi buona parte del cibo attingendo fuori da negozi, ristoranti, hotel, mercati, mentre per il resto ha abitudini di vita e lavoro ordinarie. C'è chi invece sceglie di ottenere «scavando» anziché acquistando anche il resto: abiti, libri, giornali, video, cd e dintorni, strumenti musicali, mobili, elettronica, biciclette, e... la lista occuperebbe pagine. Da buoni «riduttori di rifiuti e conservatori delle materie prime», i freegan poi riciclano, fanno il composto dell'organico, riparano anziché sostituire, regalano e scambiano: diversi gli eventi di scambio, come «Mercati davvero, davvero gratis» e «Liberincontri».

Il freegan totale si è anche affrancato dai mezzi di trasporto individuali a motore, «rovina del mondo e concausa di guerre». Per «non comprare», cammina, pedala, magari salta sui treni; e poi con l'autostop aiuta a riempire macchine vuote, suddividendone l'impatto individuale. E non sono schiavitù e sfruttamento gli affitti elevati, le case sfitte? Sono in genere abbastanza freegan - insomma attingono dai rifiuti - gli squatters o occupanti di case abbandonate; abitare è un diritto, non un privilegio. Altri freegan cercano poi di recuperare anche le terre urbane «rifiutate»: pezzi senza cemento magari pieni di spazzatura, una volta ripuliti e accuditi diventano orti produttivi e oasi di verde (la diffusione degli orti urbani è comunque un fenomeno parallelo e solo eventualmente si intreccia con il freeganism). Altro aspetto della filosofia freegan: coprendo senza spendere le proprie necessità alimentari, abitative e altre senza spendere, ci si può affrancare dal lavoro salariato. O almeno, ridurlo al massimo: in effetti le cure dentarie non sono a libero gratuito accesso. Soprattutto negli Usa.



 
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Le «maschiette»
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Ispirate da serie televisive sia locali che americane, alcune studentesse saudite,indipendentemente dal loro orientamento sessuale, adottano uno stile di abbigliamento androgino. E si autodefiniscono «buya» («maschiette»).

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