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AMBIENTE, PETROLIO
Un atlante del «sangue della terra»
MARINA FORTI
2006.03.17
La geografia del petrolio è fatta di linee rette e di «blocchi» numerati. Il blocco è una creazione astratta: preso l'insieme del territorio con giacimenti petroliferi accertati o potenziali, lo stato tira linee sulla mappa e disegna i «blocchi» da offrire in concessione. E' una geografia che ignora le linee frastagliate: comunità umane, territori indigeni, aree naturali protette, centri abitati. Il reticolo dei «blocchi» è la prima cosa che colpisce, a sfogliare l'Atlante del petrolio in Ecuador realizzato dall'ecuadoriana Acción Ecologica, una delle più significative organizzazioni ecologiste latinoamericane. L'Ecuador è una sorta di «caso di studio» per capire l'industria dell'estrazione petrolifera: sia perché i primi pozzi nell'Amazzonia ecuadoriana risalgono agli anni '60 e dunque il loro impatto nel lungo termine ormai è visibile. Sia perché il paese è relativamente piccolo (circa la superficie dell'Italia) ed è molto popolato, «tanto che quasi accanto a ogni pozzo c'è qualche abitante», spiega Esperanza Martinez, una delle fondatrici di Acción Ecologica e attivista della rete internazionale Oilwatch, che l'altro giorno era a Roma per presentare l'edizione italiana dell'Atlante (Il sangue della terra. Atlante geografico del petrolio. Multinazionali e resistenze indigene nell'Amazzonia ecuadoriana, editore DeriveApprodi, con il contributo dell'associazione A Sud). E' lei a spiegare il titolo: il sangue della terra, dice, «è la percezione che le popolazioni indigene hanno del petrolio: ciò che palpita nelle vene della terra». L'Atlante del petrolio in Ecuador «è un invito a percorrere il paese, parlare con le popolazioni, e rendersi conto come l'estrazione petrolifera ha cambiato la geografia amazzonica», spiega Esperanza Martinez. E' ciò che gli attivisti di Acción Ecologica fanno da dieci anni: hanno raccolto denunce, registrato sversamenti di greggio, dato sostegno a comunità cacciate ai margini delle loro terre, sostenuto le battaglie di villaggi inquinati (a volte finite in tribunale: famoso il caso Texaco). Alla fine, l'Atlante è «simile ai rapporti sulle violazioni dei diritti umani, collettivi e individuali, perché descrive nei dettagli le violazioni delle leggi, indica i responsabili e sistematizza dati non disponibili fino a questo momento», si legge nell'introduzione. Un lavoro minuzioso («le imprese petrolifere hanno molto potere, sono capaci di fare pressioni enormi sulle popolazioni locali e sui governi, e abbiamo verificato molto bene ogni notizia per non esporci a ritorsioni », spiega Martinez). Per ogni blocco sono elencate le caratteristiche generali, l'eventuale presenza di riserve naturali, la popolazione, i popoli nativi colpiti. Poi la storia delle concessioni (spesso le compagnie petrolifere hanno identità cangianti, si fondono, cambiano nomi: l'Atlante ricostruisce dunque anche la storia delle imprese) e le altre attività economiche presenti nel blocco - di cosa vivono le popolazioni indigene, ad esempio. Ecco ad esempio il Blocco 23, dove l'impresa argentina Cgc ha cominciato prospezioni ma si scontra con la resistenza della comunità indigena Sarayacu. O il Blocco 15, della Occidental Petroleum: produce circa 100mila barili di greggio al giorno, e per ogni barile estratto ce ne sono 3,7 di acque salate di formazione non completamente reiniettati nel terreno ma vanno a contaminare i territori abitati. E quello 16, che prende gran parte del Parco Nazionale Yasuni e della riserva degli indigeni Huaorani. Blocco per blocco, ecco «il vero impatto del petrolio»: dice Esperanza Martinez, che tiene a sfatare due «miti »: «Il primo sono le tecnologie di punta, che in realtà sono tali solo nella pubblicità delle imprese, perché sul terreno restano inquinanti. L'altro è che le aziende europee siano migliori di quelle statunitensi, o che le grandi multinazionali siano più responsabili e affidabili delle imprese pubbliche e "corrotte" di paesi come la Nigeria o il Venezuela: in realtà, sul terreno, si comportano tutte allo stesso modo. Noi l'abbiamo provato ».
 
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