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SANITA, ANIMALI
Che fine ha fatto l'aviaria?
MONICA ZOPPE'
2006.04.02
Qualcuno si ricorda dell'influenza A H5N1, detta anche «l'aviaria»? Nonostante il silenzio stampa, in queste ultime settimane lo sviluppo dell'epidemia è proseguito, il virus ha infettato animali (selvatici e/o d'allevamento) in 28 paesi, tra Asia, Europa e Africa, e ha colpito essere umani in 9 di questi (Cambogia, Vietnam, Cina, Thailandia, Indonesia, Turchia, Azerbaijan, Iraq, Egitto): così è salito a 186 il totale dei casi umani accertati, di cui 106 mortali (al 28 marzo, dati dell'osservatorio sull'influenza aviaria del Joint Research Centre della Commissione Europea). Benché gli ultimi casi siano per noi molto più vicini, la maggior parte dei mezzi di informazione non ne ha fatto cenno: come mai?
Il primo sospetto che viene alla mente è che la gran caciara mediatica dei mesi scorsi fosse più funzionale a interessi diversi (per esempio quelli delle case farmaceutiche produttrici di farmaci e vaccini, poco importa se pertinenti o meno) che non alla salute della popolazione, visto che comunque in Italia questa non è mai stata a rischio. Forse le vendite del Tamiflu hanno raggiunto il massimo e non c'è più interesse a pubblicizzare un prodotto di cui il mercato è sazio? O forse si è sparsa abbastanza la voce che il virus acquisisce resistenza al Tamiflu in men che non si dica (già circolano ceppi insensibili), e quindi è meglio tenere i toni bassi, prima che i grandi acquirenti (Stati e servizi sanitari diversi) cambino idea e disdicano le ordinazioni?
Oppure i produttori avicoli, che hanno subito perdite a dir loro ingenti, sono riusciti a zittire i media per rimettere i polli sul mercato? Ad essere davvero andreottiani, si potrebbe anche pensare che il secondo farmaco antinfluenzale, il zanamivir (nome commerciale Relenza), finora quasi ignorato, abbia bisogno di un periodo di calma prima d essere lanciato sul mercato imponendosi come «la soluzione» dopo la caduta del Tamiflu (nome commerciale del farmaco oseltamavir).
Ma forse siamo troppo malfidati: la vera spiegazione è che ormai anche i più sprovveduti giornalisti hanno capito che scatenare il panico è inutile, anzi dannoso, e stanno lasciando agli operatori sanitari e veterinari il compito di gestire l'influenza aviaria. Loro certamente sapranno fare il loro mestiere, infatti si sono visti in Tv le camionate (scoperte) francesi di uccelli abbattuti, con sopra gli elicotteri ad aiutare la dispersione di piumini, polveri ecc.
Ma non è finita: si può anche notare che il silenzio stampa ha avuto inizio quando cominciava a trapelare la notizia che, sebbene i pennuti selvatici possano ammalarsi e diffondere il virus, il grosso della diffusione intercontinentale sia da attribuire al commercio (legale e illegale) di uova, pulcini, polli e pollina, le deiezioni prodotte in gran quantità negli allevamenti ed utilizzate come fertilizzante nei campi e nelle fish farms, gli allevamenti acquatici.
Infine si può pensare che a tutto ci si abitua, e anche l'aviaria ormai non fa più notizia: ma non credo che sia vero - la gente continua ad essere preoccupata, desidera saperne di più e, in mancanza di segnali credibili dalle autorità si sta attrezzando col «fai da te». In una ridente città della ricca, comunista e colta Toscana, da qualche settimana il centro è disseminato di piccioni morti. Al comune spiegano che sono avvelenati col topicida e ritengono che qualcuno, temendo che questi possano portare il contagio, sta pensando bene di eliminare il pericolo eliminando i piccioni.
Il fatto è che il salto di specie (per cui l'influenza da «aviaria» diventerà «pandemica») avverrà con ogni probabilità in qualche zona povera del mondo, in cui le famiglie campano su pochi prodotti agricoli e quattro polli cresciuti in cortile. Potremmo prevenire il contagio eliminando direttamente le famiglie povere e rurali: si può usare il topicida, o l'uranio impoverito, il fosforo bianco, financo le bombe direttamente sopra casa. I metodi non mancano, anzi, c'è l'imbarazzo della scelta... Sempre meglio dell'aviaria. O no?
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