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SANITA
La Banca Mondiale e la malaria, un fallimento
Geco Mancina
2006.05.03
Disorganizzata, incompetente e pure disonesta. Le pesanti accuse sono rivolte alla Banca Mondiale, e questa volta sono presentate da un autorevole gruppo di medici ed esperti che criticano il programma contro la malaria gestito dall'istituto finanziario internazionale.
Non solo la Banca Mondiale avrebbe fallito nel suo obiettivo di debellare la malattia, investendo molte meno risorse di quanto promesso e sprecando denaro in medicinali inutili, ma avrebbe anche falsificato statistiche e risultati per coprire il cattivo andamento del progetto.
Le gravi accuse sono state lanciate dalle colonne della pubblicazione scientifica Lancet da Amir Attaran, professore che lavora presso l'Istituto di salute pubblica dell'università canadese di Ottawa. In uno studio dettagliato compilato insieme ad altri esperti di economia e legislazione internazionale, il professor Attaran conclude seccamente che la Banca Mondiale dovrebbe rinunciare al suo ruolo, mettendo i suoi fondi a disposizione del Global Fund, il «fondo globale» creato durante il summit dei G8 del luglio 2001 (quello di genova) appositamente per gestire i finanziamenti dei programmi contro malaria, tubercolosi e aids - fondo peraltro gravemente sottofinanziato, nonostante le generose promesse pronunciate allora.
La ricerca mostra, infatti, come l'ambiziosa promessa fatta alla fine dello scorso millennio di dimezzare le morti causate dal virus trasmesso dalle zanzare - che miete annualmente un milione di vittime, di cui la maggior parte bambini - è andata miseramente infranta. E al suo posto si sono accumulati una serie di sotterfugi per mascherare la situazione reale.
Dei 500 milioni di dollari che la banca aveva detto di voler investire (cioè prestare) se ne sono materializzati meno della metà. Quanti esattamente non è dato sapere, perché l'istituto guidato dal neoconsevatore Paul Wolfowitz, solitamente così preciso nel tenere i conti quando si tratta di riscuotere debiti, ha reso i bilanci talmente confusi da rendere impossibile stabilire una cifra esatta.
«Nessuna banca commerciale potrebbe tenere dei bilanci così imprecisi per conto dei suoi clienti senza rischiare di incorrere in sanzioni civili o penali», si legge nell'articolo.
Come se non bastasse, parte di questi fondi già esigui sarebbero stati spesi in medicinali obsoleti, considerati ormai inefficaci contro i più recenti sviluppi del virus anche dall'Organizzazione mondiale della sanità.
Dopo quattro anni dal lancio del programma, era, però, diventato molto diffide trovare un vero responsabile degli errori commessi dall'istituto. Nel 2002, infatti, dei sette impiegati che si occupavano a tempo pieno di portare avanti i progetti contro la malaria non ne era rimasto neanche uno.
Invece che gettare la spugna e passare la gestione di una minima frazione del suo budget annuale di circa 20 miliardi di euro ad altre organizzazioni più competenti e determinate, però, secondo Attaran la banca ha preferito tentare di nascondere i cocci sotto il tappeto, falsificando a suo favore le statistiche sull'incidenza della malaria in alcuni degli stati dove operava. Negli stati indiani del Gujarat, Maharashtra e Rajasthan, ad esempio, secondo l'istituto di credito, tra il 2002 e il 2003 le infezioni sarebbero diminuite rispettivamente del 58%, 98% e 79%. Secondo i dati forniti al professore canadese direttamente dal ministero indiano della sanità, invece, le morti sarebbero semmai aumentate in tutti e tre i casi.
In una risposta pubblicata dallo stesso giornale, la banca ammette di aver investito nel passato meno denaro e personale rispetto a quanto sarebbe stato necessario, ma nega di aver falsificato le statistiche e afferma che, nell'ultimo anno, sono stati fatti grandi miglioramenti.
«Paul Wolfowitz ha tenuto a rinnovare l'impegno della banca a combattere la malaria, ponendo una forte enfasi sulla necessità di ottenere risultati», scrive su Lancet Jean-Louis Sarbib, vice presidente dell'istituto.
Peccato che, come fa notare Attaran, «la malaria non sia stata neanche nominata da Wolfowitz nel suo ultimo discorso sulla politica della Banca Mondiale».
 
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