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PETROLIO, COOPERAZIONE
Il Sudamerica inciampa sul gasdotto
Marina Zenobio
2006.06.13
Anche se ancora molto fumoso, il progetto per la costruzione di un gasdotto sudamericano, che attraversando l'Amazzonia dovrebbe far arrivare il combustibile dal mar dei Caraibi fino al Rio de la Plata, comincia gi' a sollevare polemiche, sia per gli aspetti politici ed economici sia anche per l'impatto che la sua costruzione potrà avere sull'ambiente.
Al progetto lavorano da qualche tempo i governi di Venezuela, Brasile e Argentina e che avrebbe «l'ambizione» di unire, attraverso una rete di gasdotti, anche la Bolivia, l'Uruguay, e probabilmente il Paraguay. L'obiettivo, secondo i promotori, è di rendere meno dipendente il Sud america da fonti di energia esterne rendendo più facile ed economico l'accesso nel continente del gas venezuelano. Entro il prossimo 18 luglio la Bolivia dovrà definire il suo ingresso ufficiale nel progetto ma, mentre il ministro degli idrocarburi bolivano Jaime Dunn non ha dubbi sulla partecipazione, il suo vice, Julio Gomez lo contraddice definendo il progetto «senza capo né coda» e una competizione sleale tra Venezuela e Bolivia, e gli oppositori di Evo Morale hanno chiesto di prendere le distanze da Caracas. La Bolivia è un paese strategico per il gran numero di riserve di gas da maggio nazionalizzate, e l'intenzione del governo di entrare nel progetto del Grande gasdotto può significare giocarsi la possibilità di altri accordi bilaterali nel settore energetico. Non la pensa così Ildo Sauer, direttore del gigante brasiliano Petrobras, convinto che la «grande opera» permetterà al suo paese un risparmio annuale in importazione di gas pari a 11 miliardi di dollari grazie a costi sussidiati dal Venezuela.
Il tracciato del «grande gasoducto del sur» partirà dalla città venezuelana di Puerto Ordaz per dirigersi a Manaus, in piena foresta amazzonica, dove si dividerà in due rami: uno verso il nord-est brasiliano l'altro verso Brasilia e Rio de Janeiro da dove continuerà il suo percorso attraversando l'Uruguay arrivando quindi in Argentina. Oltre 8000 i chilometri complessivi del percorso, 6600 il troncone principale più le ramificazioni, per un costo ancora approssimativo ma che comunque non sarà inferiore ai 20 miliardi di dollari, che in parte dovrebbero uscire dalle casse del Bid (Banco interamericano de desarrollo). Quest'opera faraonica - che permetterebbe il trasporto di 150 milioni di metri cubi di gas al giorno e che dovrebbe essere realizzata in due fasi: una prima che terminerebbe nel 2009, mentre il completamento definitivo è previsto entro il 2017 - ha fatto venire l'acquolina in bocca al colosso russo Gazprom, una cui delegazione ha contattato le autorità petrolifere di Venezuela e Brasile per dichiararsi interessato a partecipare alla costruzione del gasdotto. Non conosciamo l'esito di questo contatto, ma l'ipotesi che il progetto si materializzi comincia a preoccupare seriamente l'organizzazione ambientalista internazionale Friends of the Earth-Progetto Amazzonia , secondo cui un mega gasdotto che attraversa l'area naturale più vasta del mondo, potrebbe provocare ingenti danni ambientali come l'inquinamento dei fiumi e la distruzione di alberi, oltre a favorire - tramite le nuove vie d'accesso che dovranno inevitabilmente essere costruite - l'ingresso di speculatori di ogni risma.
L'allarme per la costruzione del gasdotto, simile a quello che collega la Russia al resto d'Europa - finora il più grande del mondo - si è esteso anche a vari settori della popolazione del continente sudamericano che esigono una discussione pubblica sull'intero progetto. Membri di organizzazioni ambientaliste locali che fanno riferimento alla Red Alerta Petrolera-Orinoco Oilwatch denunciano la pericolosità di un'opera di tale portata: «La sola idea dovrebbe allarmare tutte le persone preoccupate per il grande polmone verde del pianeta, l'Amazzonia, dimora di tante culture indigene» ed hanno usato come esempio il gasdotto di Camisea, in Perù, che porta il gas amazzonico all'oceano Pacifico peruviano e che in pochi anni ha avuto quattro gravi perdite di gas liquido. La Rete ambientalista internazionale ha definito il Gasdotto del sud «un primitivo progetto di sviluppo neoliberista» che implicherebbe la deforestazione lungo il suo tracciato, oltre ad essere vulnerabile a disastri naturali e eventuale oggetto di sabotaggi. Chiedono quindi la sospensione del progetto finché non venga realizzato un dibattito democratico, che coinvolga tutta la regione, ricordando che esiste un'opzione mene compromettente e costosa, come il trasporto con le autocisterne.
Al progetto lavorano da qualche tempo i governi di Venezuela, Brasile e Argentina e che avrebbe «l'ambizione» di unire, attraverso una rete di gasdotti, anche la Bolivia, l'Uruguay, e probabilmente il Paraguay. L'obiettivo, secondo i promotori, è di rendere meno dipendente il Sud america da fonti di energia esterne rendendo più facile ed economico l'accesso nel continente del gas venezuelano. Entro il prossimo 18 luglio la Bolivia dovrà definire il suo ingresso ufficiale nel progetto ma, mentre il ministro degli idrocarburi bolivano Jaime Dunn non ha dubbi sulla partecipazione, il suo vice, Julio Gomez lo contraddice definendo il progetto «senza capo né coda» e una competizione sleale tra Venezuela e Bolivia, e gli oppositori di Evo Morale hanno chiesto di prendere le distanze da Caracas. La Bolivia è un paese strategico per il gran numero di riserve di gas da maggio nazionalizzate, e l'intenzione del governo di entrare nel progetto del Grande gasdotto può significare giocarsi la possibilità di altri accordi bilaterali nel settore energetico. Non la pensa così Ildo Sauer, direttore del gigante brasiliano Petrobras, convinto che la «grande opera» permetterà al suo paese un risparmio annuale in importazione di gas pari a 11 miliardi di dollari grazie a costi sussidiati dal Venezuela.
Il tracciato del «grande gasoducto del sur» partirà dalla città venezuelana di Puerto Ordaz per dirigersi a Manaus, in piena foresta amazzonica, dove si dividerà in due rami: uno verso il nord-est brasiliano l'altro verso Brasilia e Rio de Janeiro da dove continuerà il suo percorso attraversando l'Uruguay arrivando quindi in Argentina. Oltre 8000 i chilometri complessivi del percorso, 6600 il troncone principale più le ramificazioni, per un costo ancora approssimativo ma che comunque non sarà inferiore ai 20 miliardi di dollari, che in parte dovrebbero uscire dalle casse del Bid (Banco interamericano de desarrollo). Quest'opera faraonica - che permetterebbe il trasporto di 150 milioni di metri cubi di gas al giorno e che dovrebbe essere realizzata in due fasi: una prima che terminerebbe nel 2009, mentre il completamento definitivo è previsto entro il 2017 - ha fatto venire l'acquolina in bocca al colosso russo Gazprom, una cui delegazione ha contattato le autorità petrolifere di Venezuela e Brasile per dichiararsi interessato a partecipare alla costruzione del gasdotto. Non conosciamo l'esito di questo contatto, ma l'ipotesi che il progetto si materializzi comincia a preoccupare seriamente l'organizzazione ambientalista internazionale Friends of the Earth-Progetto Amazzonia , secondo cui un mega gasdotto che attraversa l'area naturale più vasta del mondo, potrebbe provocare ingenti danni ambientali come l'inquinamento dei fiumi e la distruzione di alberi, oltre a favorire - tramite le nuove vie d'accesso che dovranno inevitabilmente essere costruite - l'ingresso di speculatori di ogni risma.
L'allarme per la costruzione del gasdotto, simile a quello che collega la Russia al resto d'Europa - finora il più grande del mondo - si è esteso anche a vari settori della popolazione del continente sudamericano che esigono una discussione pubblica sull'intero progetto. Membri di organizzazioni ambientaliste locali che fanno riferimento alla Red Alerta Petrolera-Orinoco Oilwatch denunciano la pericolosità di un'opera di tale portata: «La sola idea dovrebbe allarmare tutte le persone preoccupate per il grande polmone verde del pianeta, l'Amazzonia, dimora di tante culture indigene» ed hanno usato come esempio il gasdotto di Camisea, in Perù, che porta il gas amazzonico all'oceano Pacifico peruviano e che in pochi anni ha avuto quattro gravi perdite di gas liquido. La Rete ambientalista internazionale ha definito il Gasdotto del sud «un primitivo progetto di sviluppo neoliberista» che implicherebbe la deforestazione lungo il suo tracciato, oltre ad essere vulnerabile a disastri naturali e eventuale oggetto di sabotaggi. Chiedono quindi la sospensione del progetto finché non venga realizzato un dibattito democratico, che coinvolga tutta la regione, ricordando che esiste un'opzione mene compromettente e costosa, come il trasporto con le autocisterne.




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